Il presidente Usa Donald Trump ha annunciato dazi base del 10% su tutti i Paesi, con tariffe reciproche più elevate per determinate aree: il 20% per l’Unione Europea, il 10% per il Regno Unito e il 31% per la Svizzera. Per l’Europa, questo rappresenta il livello massimo delle attese degli analisti di Citi e supera il livello del 10% precedentemente previsto dai mercati. All’indomani della presentazione del piano dazi globale, tutti i mercati sono in rosso, il Ftse Mib perde l’1,5%.
Secondo le stime della banca d’affari americana, l’impatto di queste tariffe potrebbe ridurre la crescita degli utili in Europa di circa il 3% nel 2025, abbassando le previsioni di crescita dell’utile per azione (eps) dal +7% al +4%. In precedenza, Citi aveva ipotizzato un +5% quest’anno nell’ipotesi di dazi generalizzati del 10%. L’escalation delle tensioni commerciali avviene in un contesto di cambiamenti politici in Europa e ora, come richiesto dallo stesso Trump e confermato giovedì mattina da Ursula von der Leyen, potrebbero partire le le trattative per abbassare fino al 10% i dazi.
Tuttavia, avverte Citi, se le tariffe dovessero impattare negativamente sulla crescita economica nel breve termine, il rischio di ulteriori revisioni al ribasso degli utili e di volatilità sui mercati rimane elevato.
Le implicazioni del Liberation Day del 2 aprile hanno portato all’introduzione di dazi base del 10% e tariffe più alte per alcuni singoli Paesi. La portata delle misure è stata superiore alle attese e i futures sugli indici statunitensi hanno reagito negativamente alla notizia (Nasdaq -3,5% giovedì). Resta da vedere quali dazi verranno eventualmente ridotti e in che tempi, avvertono gli analisti di Citi.
Tuttavia, «il livello tariffario appena annunciato potrebbe ridefinire l’ordine commerciale globale. Se non si arriverà rapidamente a una soluzione negoziata, il calo della fiducia dei consumatori e delle imprese potrebbe innescare effetti negativi a catena, anche nel caso di una successiva riduzione delle tariffe».
Un altro «aspetto critico riguarda i dazi settoriali su semiconduttori, farmaceutica, rame e legname, che potrebbero avere impatti significativi su alcuni comparti industriali». Citi ha stimato diversi scenari per valutare l’impatto delle tariffe sull’indice S&P 500. I dazi annunciati si avvicinano allo scenario peggiore, che prevede una riduzione dell’11% degli utili dell’indice S&P 500 in caso di dazi al 20%.
Basandosi su modelli precedenti, Citi ipotizza che il 20% dello shock sui costi delle merci importate sarà assorbito dai fornitori esteri, mentre il resto verrà trasferito sui prezzi finali, con conseguenti riduzioni nei volumi di vendita e pressioni sui margini di profitto.
Gli analisti si aspettano «un compromesso negoziale, ma il rischio è che i dazi effettivi sulle importazioni statunitensi rimangano più elevati rispetto alle ipotesi di inizio anno. Attualmente, le tariffe introdotte spingono il mercato verso lo scenario peggiore, e l’unico modo per tornare a uno scenario più moderato sarebbe una svolta negoziale decisa, che al momento appare incerta».
I mercati ora devono affrontare anche gli effetti secondari: le stime di crescita del Pil Usa per il primo trimestre e per il 2025 sono state riviste al ribasso e si stanno avvicinando alle previsioni più conservative del team di Citi. Con l’incertezza sulle tariffe, molte società rivedranno le guidance nel corso delle trimestrali, con probabili tagli alle stime sugli utili per il 2025 nelle prossime settimane.
Citi vede il livello 5500 dell’S&P 500 come un punto di equilibrio tra rischio e rendimento, «ma questa valutazione dipende fortemente dalle dinamiche negoziali delle prossime settimane. Nel frattempo, il nostro scenario ribassista, con un obiettivo di 5100 punti, sta diventando sempre più probabile». (riproduzione riservata)