Borse asiatiche contrastate dopo che il rally seguito alla vittoria di Donald Trump nelle elezioni presidenziali Usa si è raffreddato, con l'attenzione che si è spostata verso dazi più severi contro la Cina e la riunione della Federal Reserve. Inoltre, il Congresso nazionale del popolo cinese dovrebbe annunciare domani, 8 novembre, nuovi stimoli fiscali per sostenere l’economia.
L'indice Nikkei giapponese è sceso dello 0,25% a 39.381 punti dopo l'impennata del 2,6% nella sessione precedente. L'indice più ampio Topix è salito dell’1% grazie al forte calo dello yen (cross dollaro/yen a 154,143, +1,68%) che ha raggiunto i minimi degli ultimi tre mesi a causa del super dollaro. I mercati prevedono un ampio differenziale dei tassi di interesse tra Giappone e Stati Uniti sotto la presidenza Trump. La debolezza della valuta giapponese ha favorito i titoli più esposti all'export come il gigante dell'automotive Toyota Motor, in crescita di oltre il 4%, nonostante abbia registrato utili deludenti nel trimestre che chiude a settembre. La rivale Honda Motor, invece, è scesa dello 0,2% a causa del calo delle vendite in Cina e del potenziale impatto di eventuali aumenti delle tariffe commerciali da parte degli Stati Uniti.
In leggero rialzo gli altri listini asiatici. L’indice Asx 200 australiano è salito ma solo dello 0,33%, frenato dalla notizia che il saldo della bilancia commerciale del Paese ha raggiunto il suo livello più debole degli ultimi quattro anni a settembre, a causa della domanda debole di materie prime dal principale partner commerciale, la Cina. Poco mosso il Kospi della Corea del Sud (+0,05%). Viceversa, gli indici cinesi Shanghai Shenzhen CSI 300 e Shanghai Composite sono aumentati del 2,8% e del 2,4%, rispettivamente, mentre l'indice Hang Seng di Hong Kong ha guadagnato l'1,41%, recuperando le perdite di mercoledì. I mercati cinesi sono rimasti finora resilienti nonostante le implicazioni di una presidenza Trump, dato che il tycoon ha promesso di imporre dazi commerciali del 60% su tutte le importazioni cinesi. Il presidente cinese, Xi Jinping, si è congratulato col presidente eletto degli Stati Uniti. Lato macro, a ottobre le esportazioni sono cresciute al ritmo più rapido da oltre due anni (+12,7% tendenziale a fronte di attese per 5,2%). Il saldo della bilancia commerciale ha evidenziato un attivo pari a 95,7 miliardi di dollari contro previsioni per un avanzo pari a 76 miliardi.
I futures degli indici azionari statunitensi si sono stabilizzati (+0,23% quello sul Dow Jones e +0,21% quello sull’S&P500) dopo il rally in seguito alla vittoria di Trump con gli investitori che ora attendono l’esito della riunione odierna della Fed per ulteriori indicazioni sui tassi di interesse. Si prevede che la banca centrale americana taglierà i tassi di 25 punti base. Tuttavia, le prospettive sul costo del denaro restano incerte di fronte a una presidenza Trump e alla recente resilienza dell'inflazione.
Infine, tra le materie prime, i prezzi del petrolio salgono dopo il sell-off innescato dalle elezioni presidenziali statunitensi, in quanto i rischi per l'approvvigionamento di petrolio derivanti da una presidenza Trump e dall'uragano che si sta abbattendo sulla Costa del Golfo hanno superato il rafforzamento del dollaro statunitense e l'aumento delle scorte degli Stati Uniti di 2,1 milioni di barili a 427,7 milioni di barili nella settimana terminata il 1° novembre, rispetto alle aspettative di un +1,1 milioni di barili. I futures del greggio Brent si apprezzano 0,43% a 75,24 dollari al barile e quelli sul greggio statunitense Wti dello 0,32% a 71,92 dollari.
«I timori che la presidenza Trump possa reimporre la sua politica di sanzioni al petrolio iraniano e venezuelano e l'avvicinarsi dell’uragano Rafael (circa il 17% della produzione di greggio, ovvero 304.418 barili al giorno nel Golfo del Messico, è stata chiusa, ndr) hanno più che compensato l'impatto post-elettorale di un dollaro statunitense più forte e di scorte statunitensi più alte del previsto», ha spiegato Tony Sycamore, analista di IG. L'elezione di Trump ha inizialmente innescato un sell-off che ha fatto scendere i prezzi del petrolio di oltre 2 dollari, mentre il dollaro americano è salito al livello più alto da settembre del 2022. «Storicamente, le politiche di Trump sono state favorevoli alle imprese, il che probabilmente sostiene la crescita economica generale e aumenta la domanda di carburante. Tuttavia, qualsiasi interferenza nelle politiche di allentamento della Fed potrebbe portare a ulteriori sfide per il mercato petrolifero», ha avvertito Priyanka Sachdeva, analista di Phillip Nova. Il rialzo dei prezzi dell’oro nero potrebbe essere limitato nel breve e medio termine, dato che l'Opec dovrebbe aumentare la capacità di offerta a gennaio, mentre i trend storici non suggeriscono che le sanzioni impediranno a India e Cina di continuare ad acquistare petrolio dalla Russia o dall'Iran, ha detto Sachdeva. Al contrario, il prezzo dell'oro scende dello 0,51% a 2.662 dollari l’oncia, estendendo le forti perdite (-3%) della sessione precedente in scia al rally del dollaro e degli asset di rischio e alle prese di profitto, dopo aver toccato un nuovo massimo storico nel periodo precedente le elezioni. Tuttavia, nonostante le recenti perdite, l'oro ha conservato gran parte dei suoi guadagni dell'ultimo mese. Si prevede, inoltre, che nel corso del suo mandato Trump attuerà politiche più inflazionistiche, che probabilmente sosterranno i tassi di interesse e faranno pressione sugli asset non remunerativi come l'oro. (riproduzione riservata)