In quello che è ormai un rito collettivo, officiato dal sacerdote-ceo Tim Cook tra la prima e la seconda settimana di ogni settembre, Apple ha di nuovo trasformato la sede di Cupertino in un palcoscenico. La star non è stata la linea iPhone 17, ma l’inedito iPhone Air: lo smartphone più sottile mai disegnato in California, 5,6 millimetri, quasi la metà del vecchio 16 Plus.
Insieme ai telefoni, l’azienda ha presentato aggiornamenti per Apple Watch e un rinnovamento degli auricolari AirPods Pro, a testimonianza di un focus che privilegia l’ecosistema rispetto al singolo dispositivo.
La reazione dei mercati è stata negativa: alle 16:50 ora italiana, il titolo Apple perdeva il 2,8% a 227,71 dollari riflettendo la percezione che le novità siano solo incrementali. Gli analisti mantengono una cauta positività: Morgan Stanley stima per l’iPhone 17 circa 232 milioni di unità vendute, una crescita del 2% rispetto all’anno precedente. Si tratta di numeri distanti dai boom di domanda del passato. Nel 2020, IPhone 12, il primo con connessione 5G, vide vendite in crescita di oltre il 20% anno su anno.
La banca americana ha inoltre segnalato rischi commerciali in aumento, dovuti ai dazi che non sembrano risparmiare l’India e il Vietnam, Paesi che il colosso di Cupertino aveva scelto per ridurre la propria dipendenza dalle fabbriche cinesi.
Gli analisti accolgono invece con favore la decisione di mandare in pensione l’iPhone 16 Plus, penalizzato da vendite deludenti, e sostituirlo con l’Air: un modello più costoso che assicura margini superiori.
Dietro il clamore mediatico delle presentazioni, i numeri raccontano un’altra verità: la transizione di Apple verso un modello a due motori procede senza intoppi. L’epoca in cui il solo iPhone garantiva crescite a doppia cifra è ormai alle spalle.
Nel terzo trimestre le vendite di smartphone hanno generato 44,6 miliardi di dollari, confermandosi la prima voce per ricavi, ma il vero traino della redditività è sempre più rappresentato dai servizi: oltre 27 miliardi di dollari (+13% anno su anno), spinti da più di un miliardo di abbonamenti paganti e da margini molto più elevati rispetto all’hardware.
La combinazione di App Store, che trattiene una commissione del 30% dagli sviluppatori che guadagnano almeno un milione di dollari annui e del 15% dagli altri, insieme a Apple Music, TV+, Pay e iCloud, ha trasformato Apple in una vera e propria cash cow: un’impresa capace di generare flussi di cassa ingenti e costanti. Risorse che Cupertino reinveste in buyback da record (110 miliardi di dollari solo nel 2025), dividendi in crescita (+4%) e programmi di ricerca e sviluppo.
Per gli analisti, i driver della crescita futura si concentrano su due assi strategici. Il primo è un recupero sull’intelligenza artificiale, ambito in cui Apple è percepita in ritardo rispetto alle altre big tech.
L’integrazione della piattaforma Apple Intelligencee il rilancio di Siri, sostenuto anche da partnership come quella con OpenAI, hanno segnano un tentativo di colmare il gap, ma il vero banco di prova sarà la capacità di Cupertino di restare fedele alla propria filosofia: tradurre queste innovazioni tecnologiche in funzioni semplici da usare e utili per l’utente finale.
Il secondo è l’iPhone pieghevole, atteso nel 2026 con un prezzo superiore ai 2.000 dollari. Le prime stime parlano di 10 milioni di unità vendute nel primo anno e fino a 25 milioni nel 2027: volumi che, se confermati, potrebbero inaugurare un nuovo ciclo di sostituzione dell’hardware tra gli utenti della Mela. (riproduzione riservata)