
Dalla ricerca, effettuata a settembre 2023 su un campione di 186 pmi e 114 grandi aziende (dai 250 dipendenti in su) emerge come i dirigenti sono coloro che sperimentano un livello di benessere più elevato, con un miglioramento della condizione psicologica generale rispetto a un anno fa. Tra i “blue collar”, gli operai, emergono invece le criticità maggiori, sia per quanto riguarda il benessere psicologico generale, che quello lavorativo (il primo in peggioramento rispetto al 2022). Più stabile la situazione dei “white collars”, la forza lavoro impiegatizia con funzioni di carattere intellettuale, non direttamente applicata all’attività produttiva ed estranea all’operatività sulle macchine delle fabbriche.

Tra i motivi che influiscono maggiormente sullo stato emotivo emerge in particolare la preoccupazione per l'inflazione, seguita dal caro bollette e eventi catastrofici provocati dai cambiamenti climatici. Anche i ruoli di genitore e di caregiver fanno registrare un impatto considerevole sul benessere psicologico dei lavoratori, a prescindere dalla tipologia di mansione, ed è importante il bisogno di supporto richiesto alle aziende per assolvere a tali compiti.

Nell’ultimo anno circa il 76% del campione coinvolto nella ricerca ha provato almeno uno dei principali marker del burnout: sensazione di sfinimento, calo dell’efficienza lavorativa, aumento del distacco mentale e cinismo rispetto al lavoro. E la percentuale è in aumento di 14 punti rispetto al 2022. Indagando il sintomo che colpisce i più giovani in età lavorativa (18-24 anni, white collar) è il calo dell’efficienza lavorativa.

Indagando le ragioni del burnout, emerge come il sovraccarico lavorativo influenzi il benessere psicologico di white collar (46%) e blue collar (34%), mentre il mancato riconoscimento per il proprio lavoro colpisce più in particolare white collar (34%) e dirigenti (41%). L’assenza di equità e di comunità sono invece alcuni dei principali fattori legati all’insorgenza dei sintomi di burnout, pesando rispettivamente sul 36% dei blue collar e dei dirigenti.
Mostrarsi vulnerabili di fronte a colleghi e colleghe sembra essere ancora un tabù. Il 41% del campione intervistato da Bva Doxa per conto di Mindwork riferisce di non sentirsi libero di parlare del proprio malessere emotivo sul luogo di lavoro. Per la maggior parte dei soggetti coinvolti, l’ambiente di lavoro risulta meno adatto ad esprime il proprio disagio rispetto agli ambienti familiari. Fa eccezione il cluster dirigenti che si dimostra più propenso ad esprimere i propri malumori sia sul lavoro (42%) che nella sfera privata (58%).
In questo contesto, il 54% dei lavoratori ha affermato di aver lasciato il lavoro a causa di un malessere emotivo ad esso correlato durante la propria carriera e tale fenomeno è particolarmente evidente per Gen Z e Millennials, in cui la percentuale sale rispettivamente al 66% e al 59%.
«Il rischio per le aziende – sottolinea Mario Alessandra, co-founder e ceo di Mindwork – è da un lato quello di veder ridotta la produttività dei propri dipendenti e dall’altro di perdere talenti che vanno alla ricerca di luoghi di lavoro dove il benessere psicologico è valorizzato supportato». E tra le iniziative maggiormente apprezzate, risaltano una maggiore flessibilità oraria e l’attivazione di programmi strutturati di well-being, cioè strategie di responsabilità sociale d’impresa che hanno l’obiettivo di garantire un contributo migliorativo ai dipendenti e aumentarne la produttività puntando al benessere individuale. Inserendo il supporto psicologico tra le iniziative di welfare aziendale. (riproduzione riservata)