La Bce deve affrontare l’inflazione utilizzando la leva dei tassi «con equilibrio» ma certamente paga l’influenza tedesca nelle sue decisioni, come d’altronde l’Europa e l’Italia dipendono da decenni anche dalle scelte di Berlino. Giuliano Amato torna per un giorno quel dottor Sottile che tutti conoscono e affronta i temi salienti del momento, dall’integrazione europea al costo del denaro nell’Unione, in una lectio magistralis tenuta a Ventotene a conclusione della Summer School dell’associazione di giuristi Per l’Europa di Ventotene.
Presidente Amato, la Banca centrale europea adotta politiche monetarie comunitarie o nazionali?, gli viene chiesto. La risposta è composita e tagliente come solo il presidente emerito della Corte Costituzionale e tante altre cose (premier, ministro, capo dell’Antitrust, legislatore europeo) sa essere. «Una cosa sono le banche centrali e una cosa sono i Consigli europei», ha così risposto a una domanda di Milano Finanza, «da decenni abbiamo demandato a organismi europei la politica monetaria per non lasciare ai governi il controllo del costo del denaro. Se toccasse ancora alla politica decidere sui tassi di interesse probabilmente non li aumenterebbero mai e anzi stamperebbero moneta. I sovrani sono sempre stati pronti a stampare moneta. Certamente l’inflazione di oggi va combattuta e non è più solo d’offerta, serve equilibrio. In Usa l’inflazione sta scendendo, speriamo che accada anche in Europa, d’altronde l’inflazione le banche centrali la combattono con i tassi di interesse».
Ma la Bce è una Bundesbank travestita?, chiede ancora chi scrive. «La politica monetaria della Bce è una sintesi delle condizioni europee e delle istanze nazionali, come spesso accade nelle decisioni europee (Amato in un altro passaggio della sua lectio, sostiene che di europeo nelle scelte del Consiglio Ue resti una quota del 20%, ndr) certamente il peso della Bundesbank è superiore alle altre. A questo proposito mi viene in mente quanto mi disse Carlo Azeglio Ciampi da governatore quando la Germania annunciò che alla fine del week end non avrebbe più cambiato lire con marchi: preferisco essere un dodicesimo con gli altri dodici, perché all’epoca tanti eravamo».
Amato poi confessa: «A volte faccio ancora i conti in lire, i miei nipoti non sanno nemmeno cosa sono, ecco loro hanno un’identità europea». Ma serve che non solo i giovani capiscano la necessità di una integrazione maggiore.
Un accenno anche all’Italia, dove per fortuna non si parla più di elezione diretta del Presidente della Repubblica: «Con la sparizione dei partiti, che per decenni hanno raccolto le domande della società provando a dare delle risposte, mi sembra che sia in voga ciascuno per sè e nessuno per tutti». Una constatazione molto amara, per un uomo delle istituzioni che ha attraversato tutte le repubbliche.
Allora è forse meglio l’Europa, dove vige l’arte del compromesso, a volte un po’ tedesco, altre volte invece nemmeno quello perché viene stoppato «sempre dai soliti due che si alternano», e qui il riferimento è a Polonia e Ungheria. Purtroppo anche nell’Ue «i vorrei ma non posso si moltiplicheranno», a partire da politiche di maggiore integrazione, tutela dei diritti e costruzione della difesa unica.
Un esempio su tutti di questo cammino faticoso, stretto tra pulsioni nazionali e obiettivi comuni scritti nei trattati, è l’Alto Rappresentante della politica estera Ue. «Chi rappresenta? Rappresenta le politiche nazionali non quelle comuni», si risponde Amato, ospite della kermesse organizzata da Andrea Patroni Griffi, docente di diritto europeo e animatore della Summer School ventotenese.
Infine una previsione buttata lì a proposito delle Nazioni Unite, che faticano anch’esse a rappresentare i Paesi che vogliono la pace in un mondo in cui, a differenza di quanto sostenevano Kant e gli autori del Manifesto di Ventotene, si combatte l’idea di pace mondiale. La Russia, che ha invaso l’Ucraina e attentato ai valori europei, nei prossimi anni «ci sarà ancora, insieme a Usa, Cina e Unione Europea». Guidata da chi e con quale esito del conflitto nessuno lo sa. (riproduzione riservata)