Lo avevamo molto facilmente previsto qualche mese fa: si è, dunque, riproposto il film agostano-settembrino del contributo volontario delle banche alla prossima legge di bilancio. Le modalità appaiono diverse, cominciando dal fatto che accuratamente si evita di parlare di extraprofitti degli istituti, ma l'approdo è abbastanza simile, a quanto pare, a quello degli anni scorsi.
Eppure, una regola fondamentale andrebbe osservata, visti gli impatti negativi di borsa, in particolare sui titoli bancari, in relazione al diffondersi delle diverse ipotesi di un possibile intervento del governo per il cosiddetto contributo che qualcuno ritiene possa essere di un miliardo: primum non nocere, non fare danni con le sole parole.
Agitandosi l’ipotesi della fornitura di liquidità allo Stato attraverso la procrastinazione delle Dta (come nello scorso anno) si aggravano i bilanci pubblici degli anni successivi e si compie un'operazione che richiama alla mente quella in passato attuata da alcuni banchieri di window dressing, a chiusura dell'esercizio.
Insomma, se ne parlerà l'anno prossimo e gli anni che seguiranno, sembra il perno di questa opzione. Quasi mettere la spazzatura sotto il tappeto, poi ci si penserà.
Nel contempo si rischia di presentare, non volendolo, un governo con l'acqua alla gola per la prossima manovra di bilancio. Verrebbe però sfornata un'alternativa che si concreta nell’intervenire fiscalmente sull'acquisto di azioni proprie da parte delle banche (e gli altri intermediari, finanziari e assicurativi, e in genere le altre imprese?).
Tuttavia, se queste operazioni che hanno una traslazione sugli utili finiscono con il fruire di un beneficio fiscale, si possono affrontare, come dall'interrogativo suddetto, per una sola categoria e comunque avulse da un quadro fiscale organico?
Costituzionalmente un’operazione del genere sarebbe ammissibile?
Insomma, torniamo al potenziale nocumento. Dal mondo bancario, ricordando le intese dello scorso anno aventi vigore anche per il 2026 si dice che si è già dato e che pacta sunt servanda.
Sarebbe doveroso in ogni caso che, prima di presentare ipotesi varie, si studiasse approfonditamente la materia, anche per i suoi effetti collaterali e i possibili boomerang e che il governo si confrontasse con l’associazione del settore, l’Abi, ma anche con la Banca d'Italia, in particolare per tutti i possibili impatti delle progettate misure. Questi confronti potrebbero anche prospettare, alla fine, vie diverse oppure l'opportunità di soprassedere a decisioni, almeno in questa fase.
Il ricordo di quanto è accaduto in passato con misure azzardate e conseguenti rapide marce indietro, dovrebbe insegnare per evitare un caso che oggi sarebbe un ter in idem.
Non è scandaloso pensare a contributi delle banche, ma lo diventa per le modalità, i tempi, la misura e la concentrazione di oneri solo sul settore in questione, ammesso che esistano solide ragioni per intervenire adesso. (riproduzione riservata)