Essere allergici a un alimento ma poterlo mangiare senza rischio di pericolose reazioni. È quanto rende possibile un anticorpo monoclonale, Omalizumab, che è stato al centro di uno studio osservazionale condotto dai clinici e ricercatori dell’ospedale pediatrico Bambino Gesù di Roma. Dopo 12 mesi di trattamento, il 61,5% dei piccoli pazienti è stato in grado di adottare una dieta completamente libera, senza restrizioni, e l’88% ha potuto introdurre nella dieta, in sicurezza e senza azioni di desensibilizzazione, gli alimenti precedentemente evitati. È noto che i bambini allergici ad alcune categorie di alimenti possono andare incontro a reazioni anche molto gravi: si tratta di soggetti spesso affetti da rinite allergica, asma, dermatite atopica che, quando entrano in contatto con un alimento verso il quale hanno sviluppato anticorpi specifici (IgE), vedono scatenarsi una reazione che coinvolge la via respiratoria (asma e soffocamento), la pelle (gonfiori, orticaria, edema diffuso), la via digestiva (vomito e diarrea) e a volte ipotensione e shock. Fino a qualche tempo fa i principali approcci di cura prevedevano di evitare gli alimenti responsabili o la desensibilizzazione, ovvero l’introduzione pilotata dell’alimento, tramite specifici preparati, per cercare di innalzare la soglia di tolleranza.
Oggi una terza opzione è offerta dalla terapia farmacologica. A proteggere dalle reazioni allergiche è Omalizumab, che mantiene innocue le IgE circolanti nell’organismo. Giù utilizzato per l’asma, all’inizio del 2024 è stato approvato dall’Fda statunitense come primo farmaco per l’allergia alimentare, con l’indicazione tuttavia di continuare a evitare l’alimento che scatena reazioni. Un recente studio Usa aveva documentato la capacità del farmaco di innalzare la soglia di reazione agli alimenti, agendo come uno scudo protettivo. Lo studio dell’unità di allergologia del Bambino Gesù, appena pubblicato sulla rivista scientifica Allergy, ha indagato il grado di sicurezza della terapia farmacologica in caso di reintroduzione dell'alimento nella dieta del bambino, confermando che gran parte dei piccoli allergici può tornare a mangiare cibi che prima gli erano preclusi. Sono stati 65 i bambini coinvolti nella ricerca e trattati con Omalizumab per 12 mesi. È emerso che con la terapia farmacologica le soglie di reazione all’alimento vengono moltiplicate (per il latte 250 volte, per l’uovo 170 volte, per la nocciola 250 volte e per l’arachide 55 volte) e il numero delle reazioni anafilattiche viene drasticamente ridotto (dai 98 casi registrati nei 12 mesi precedenti il trattamento alle 8 reazioni durante la cura).
«I dati osservazionali del nostro studio dovranno essere replicati in maniera prospettica, ma la terza via per una vita migliore per i bambini allergici alimentari è aperta», hanno dichiarato Stefania Arasi, allergologa e prima autrice dello studio e Alessandro Fiocchi, responsabile di allergologia del Bambino Gesù e coordinatore della ricerca. (riproduzione riservata)