A lezione dal Dottor Roger Federer
A distanza di quasi 20 anni dal discorso di Steve Jobs, ecco quello del campione di tennis all’università di Dartmouth. In occasione della laurea honoris causa
Spesso la gentilezza viene considerata un sintomo di debolezza. Ed è un errore. Perché gentilezza, come si capisce dal discorso di Roger Federer (che segue) per il conferimento del dottorato ad honoris in Lettere umane dall’Università di Dartmouth, significa affrontare la vita senza recriminazioni e imprecazioni, cioè senza sforzo apparente, uno degli attributi che già nell’antichità distingueva gli dei dai mortali.

Secondo il più grande tennista della storia, il successo deriva dall’autodisciplina, e autodisciplina può essere considerata un sinonimo di gentilezza: il tuo istinto ti farebbe afferrare la prima fetta della torta, ma tu ti fermi, ti allontani dal piatto, allarghi i palmi, e dici «prima voi».
Gentilezza significa affrontare con sportività le piccole, inevitabili sconfitte quotidiane, perché solo chi è capace di rinuncia conserva le energie per i punti decisivi: lasciare passare davanti quel tale che al supermercato ha solo due mele, invece che alzare i gomiti per arrivare primi alla cassa.
La gentilezza consente di ottenere confidenza dagli altri, la fiducia del pubblico il cui appoggio è necessario al successo perfino nelle imprese più solitarie, come lo è il tennis. Gentilezza significa donare, donarsi per esubero di forze, la qualità che secondo Friedrich Nietzsche doveva caratterizzare l’oltre-uomo: «Io amo colui che spreca la propria anima, che non vuole ringraziamenti (...): perché egli dona sempre e non vuole conservarsi».
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L’assenza dello sforzo è un mito

«L’assenza dello sforzo, della fatica, è un mito. In tutta la mia carriera ricevevo complimenti perché il mio tennis sembrava non lasciar trasparire sforzi. Non è vero, ho lavorato duro per rendere facile il mio tennis. Ho passato anni a lamentarmi, a lanciare racchette, prima di imparare a mantenere la calma. Non sono arrivato dove sono arrivato solo con il talento puro. Non si tratta solo di avere il dono, ma di metterci grinta e coraggio. Nel tennis, come nella vita, anche la disciplina è un talento. E così lo è avere pazienza, fiducia, amare, gestire la vita e te stesso...».
È solo un punto

«Una delle più grandi sconfitte è stata la finale di Wimbledon nel 2008, contro Nadal. Stavo puntando al record del sesto titolo consecutivo, giocavo per la storia. Ma nel tennis, la perfezione è impossibile... Delle 1.526 partite di singolare che ho giocato nella mia carriera, ne ho vinte quasi l’80%... ma ho conquistato solo il 54% dei punti. Quando perdi un punto su due, impari a non soffermarti su ogni tiro. I migliori al mondo non sono i migliori perché vincono ogni punto, è perché sanno che perderanno, ancora e ancora... E hanno imparato come affrontarlo. Lavora in modo più intelligente, adattati e crescerai».
La vita è più grande di un campo da tennis

Dritto e rovescio

«Nella vita come nel tennis bisogna sempre variare i colpi. Io sono diventato un ex giocatore di tennis, voi invece siete il futuro. Siate gentili gli uni con gli altri... divertitevi e qualunque cosa deciderete di fare, fatela sempre al massimo». (Riproduzione riservata)
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