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A Francoforte governa Madame Incoerenza
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A Francoforte governa Madame Incoerenza

di Angelo De Mattia
15 settembre 2023, 22:30

Resta in primo piano la decisione del rialzo di 25 punti base, che nelle settimane precedenti autorevoli esponenti del direttivo avrebbero voluto evitare sostenendo che, se si dovevano affrontare dei rischi, era preferibile correre quelli di far troppo poco anziché di fare troppo, e che era preferibile mantenere più a lungo un dato livello dei tassi anziché muoverli in continuazione. Non è mai accaduto che si sia potuto dire che «l'operazione è riuscita ma il paziente è deceduto», come potrebbe accadere adesso con il rigorismo praticato da Francoforte, come se il governo della moneta si collocasse in un vuoto torricelliano | Eurogruppo: i vertici Bce allontanano l’ipotesi di un taglio dei tassi. «Non è in agenda»

Può ritenersi un contentino per le cosiddette colombe del consiglio direttivo Bce la frase contenuta nel comunicato emesso dopo la riunione del 14 settembre, con la quale si precisa che i tre tassi di riferimento resteranno al livello raggiunto dopo il decimo aumento per un periodo sufficientemente lungo? E derivarne che l'intenzione del vertice Bce sarebbe di decidere, a tempo debito, solo un discesa da quel livello, che dunque si potrebbe ritenere terminale? Penso che le deduzioni siano eccessive e che siano comunque molto compensate dal fatto che la presidente Christine Lagarde ha espressamente escluso che si possa parlare di «picco» raggiunto, ripetendo altresì che sui tassi si continuerà a decidere «riunione per riunione». Probabilmente la frase in questione vuole essere solo una molto cauta prospettazione di quel che potrebbe accadere, ma con tutte le indeterminatezze incombenti.

La spuntano i falchi tedeschi

Resta dunque in primo piano la decisione del rialzo di 25 punti base, che nelle settimane precedenti autorevoli esponenti del direttivo avrebbero voluto evitare sostenendo che, se si dovevano affrontare dei rischi, era preferibile correre quelli di far troppo poco anziché di fare troppo, e che era preferibile mantenere più a lungo un dato livello dei tassi anziché muoverli in continuazione. In effetti quella del 14 settembre - con la «maggioranza robusta», come l'ha definita Lagarde, favorevole all'ulteriore innalzamento dei tassi - è una vittoria della componente Bundesbank che da mesi sostiene la necessità di non allentare l'azione anti-inflazione e non è minimamente influenzata dalla condizione in cui si trova la Germania, che militerebbe per una posizione ben diversa in monetaria.

D'altro canto contraddizioni e «non sequitur» sono diffusamente presenti anche nel discorso della presidente: si presenta la revisione al ribasso delle stime della crescita; si afferma che nell'area l'economia si è indebolita e resterà debole non per un breve periodo; si segnala altresì che, dopo la manifattura, anche i servizi si stano indebolendo. E poi, come conseguenza priva di consequenzialità, si decide di aumentare ancora il costo del denaro, mentre si modificano al rialzo le previsioni dell'inflazione passando per il 2023 dal 5,4 al 5,6% e per il 2024 dal 3 al 3,2%, senza chiedersi se vi sia qualcosa che non va.

I mercati, sulle prime, hanno però dimostrato una certa positiva aspettativa, verosimilmente ritenendo che il riferimento al restare fermi a lungo dei nuovi tassi sia un modo per enunciare timidamente il «picco» ( pronta però la Bce a un «qui lo dico e qui lo nego», con una pessima forma di comunicazione). In ogni caso sulle condizioni di credito che saranno praticate dalle banche ordinarie peserà la nuova stretta e inciderà in particolare il conseguente duro onere per i mutuatari a tasso variabile. In definitiva, non si tratta di certo di un bel quadro per famiglie e imprese.

Il punto è sulla discrezionalità del banchiere

Sia chiaro: non è in discussione l'azione di contrasto dell'inflazione, a maggior ragione considerando che la Bce ha il mandato conferitole dal Trattato Ue di agire per mantenere la stabilità dei prezzi (che viene fatta coincidere con il 2% simmetrico; target non certo immutabile; anzi di esso occorrerà rivedere il fondamento, soprattutto chiedendosi perchè il 2% e, per esempio, non il 3%). Ma è il modo con il quale si opera per arrivare al target che dovrebbe essere in discussione; è la discrezionalità tecnica del banchiere centrale che deve agire. Diversamente, basterebbe un computer, a fortiori oggi con gli sviluppi applicativi dell'Intelligenza Artificiale. Si fornirebbero i dati fondamentali e la macchina rilascerebbe il risultato, ossia il corretto livello dei tassi di riferimento.

Si dimostra comunque, anche in questa circostanza, l'inadeguatezza di quella che è stata la revisione della politica monetaria e dunque si ripresenta l'esigenza di un deciso aggiornamento. Non è possibile continuare alternando valutazioni e aspettative su quel che può fare la politica monetaria e, sopravvenuta la delusione per le misure adottate, riconvertirsi nel sostenere ciò che deve fare la politica economica e di finanza pubblica. È quanto sta accadendo anche adesso. Dopo l'aumento dei tassi alcuni osservatori ora sostengono che è la concorrenza che deve operare insieme con le riforme di struttura - quasi a supplire il ruolo della politica monetaria -, altri sottolineano l'importanza delle leggi di bilancio. Il fatto è che si dovrebbe prendere atto una buona volta che l'esigenza vera è raccordare politica economica, politica monetaria, funzione di Vigilanza e politica dei redditi. Non si può oscillare da una funzione all'altra, come in un gioco dei quattro cantoni, alla ricerca del conseguimento degli esiti sperati. Questa, in sieme con una revisione della revisione della politica monetaria, sarebbe la vera svolta da realizzare. Si tratterebbe di rifarsi alla politica monetaria magistralmente condotta nei decenni dalla Banca d'Italia, quando aveva in materia i pieni poteri. Non è mai accaduto che si sia potuto dire che «l'operazione è riuscita ma il paziente è deceduto», come potrebbe accadere adesso con il rigorismo praticato da Francoforte, come se il governo della moneta si collocasse in un vuoto torricelliano. Gli insegnamenti di Guido Carli per arrivare ad Antonio Fazio e gli studi di personaggi come Paolo Savona - di recente autore con Rainer Masera di un illuminante saggio dal titolo Monetary Policy Normlization - andrebbero attentamente rimeditati.

Insomma, c'è il rischio che, continuando con il rigorismo senza che la terapia consegua successi, Lagarde si candidi un successivo «mea culpa», come sta accadendo adesso con le scuse per la grave miopia nel non aver saputo cogliere e fronteggiare l'inflazione quando cresceva e, invece, si continuava a dire che si trattava di un fenomeno transitorio. Ma è un perdono che non potrebbe avere un bis, pena la perdita completa di credibilità. Tutto ciò impegna comunque la parte critica dentro e fuori la Bce a sostenere il cambio della strategia. (riproduzione riservata)



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