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7 donne con cui vai a cena spesso ma senza conoscerle…

Sette imprenditrici con sette storie diverse, ma tutte portano scritto nel cognome le eccellenze della tavola italiana

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Alcune lo sognavano da piccole, per altre è stata una scelta meno naturale e nell’azienda di famiglia sono arrivate, come succede a certi amori, dopo giri immensi. Ma tutte portano nel nome il proprio brand: Amelia Cuomo, Jenny, Giada e Joys Giaveri, Elisa Occelli, Carolina Vergnano e Antonella Zàini. Suonano familiari perché i loro prodotti fanno parte della nostra quotidianità: la pasta Cuomo, il caviale Giaveri, il burro Beppino Occelli, il caffè Vergnano, il cioccolato Zàini.

«Ci chiamiamo come il nostro marchio, un’autenticità che è un valore aggiunto e dà un volto alla tradizione. Una cosa che agli americani colpisce sempre», racconta Carolina Vergnano, quarta generazione e ceo della società in cui è arrivata nel 2005 dopo importanti esperienze all’estero, come in L’Oréal Paris. «Ma ho sempre voluto entrare in azienda, mi ricordo le visite con mio padre, il profumo del caffè. Il primo l’ho bevuto a due anni, me l’hanno raccontato: era la prima pubblicità di Vergnano, ero lì con una tazzina in mano e io l’ho bevuta d’un fiato». 

Carolina Vergnano, prima ceo donna di Caffè Vergnano.
Carolina Vergnano, prima ceo donna di Caffè Vergnano.

Di Women in coffee Carolina Vergnano rivendica, invece, la piena paternità, anzi maternità, lei che di figli ne ha tre, cresciuti con “una routine militaresca” per bilanciare famiglia e lavoro: «è uno progetto dei progetti a cui tengo di più, è partito un po’ per gioco con una tazzina rosa, tutti erano diffidenti, ma è andata subito sold out perché è diventata il simbolo di un supporto alla forza lavoro in piantagione che è prettamente femminile».

Carolina Vergnano con (da sinistra) lo zio Carlo, il fratello Enrico, il padre Franco e il cugino Pietro.
Carolina Vergnano con (da sinistra) lo zio Carlo, il fratello Enrico, il padre Franco e il cugino Pietro.

Una tazzina, cinque cerchi

Oggi Caffè Vergnano è sotto i riflettori di tutto il mondo come Official Coffee delle Olimpiadi invernali, «Un grande sogno per un’azienda familiare come la nostra, una collaborazione resa possibile grazie all’accordo di distribuzione con Coca-Cola HBC e al supporto di Coca-Cola ai Giochi Olimpici e Paralimpici di Milano Cortina 2026». A gestire l’acquisizione del 30% della società da parte del colosso Usa è stata proprio lei, Carolina che ne parla come di «un grande lavoro di squadra, un balletto ben orchestrato con un socio esterno, la terza generazione e la quarta mio fratello e mio cugino e io. Un’azienda familiare dentro una multinazionale è un confronto importante, è una soddisfazione aver creato con loro una relazione vera e di qualità».

Fondata a Milano, nel 1913, Zàini in città ha anche aperto due boutique.
Fondata a Milano, nel 1913, Zàini in città ha anche aperto due boutique.

La fabbrica delle tuse 

Anche per Antonella Zàini il primo ricordo è legato al senso dell’olfatto, «papà era un uomo di produzione e ricordo che quando tornava a casa la sera profumava di cioccolato», ma entrare in azienda non è stata una decisione presa a tavolino «mio padre è mancato in maniera abbastanza repentina, così ho raggiunto mio fratello Luigi, che già lavorava in azienda da un paio d’anni. Ricordo che gli dissi che sarei rimasta qualche mese e poi sarei tornata a fare l’avvocato, invece, son passati quasi trent’anni. C’è, in chi eredita un’impresa, un grande senso di responsabilità, mentre chi l’ha creata la può vivere anche con più disinvoltura». E così grazie a lei si scriverà un altro capitolo della Fabbrica delle tuse, la storia iniziata con sua nonna Olga che ha ispirato il libro edito da Piemme scritto dalla storica dell’arte, Giacinta Cavagna di Gualdana. Tra quelle pagine romanzate si scopre tra le altre cose che Emilia, il famoso blocco di cioccolato fondente ancora oggi in produzione, è stato dedicato da Olga alla tata che la aiutava con i quattro figli, due suoi e due avuti nel primo matrimonio dal marito prematuramente scomparso. Dietro ogni grande donna, c’è sempre un’altra donna.

Antonella Zàini guida col fratello Luigi l’azienda cioccolatiera.
Antonella Zàini guida col fratello Luigi l’azienda cioccolatiera.

«La chiamavano proprio così la fabbrica delle tuse, in milanese ragazze», racconta Antonella Zàini, «ce lo confermano ancora i buyer e fornitori di allora e si vede nelle foto d’archivio c’erano tante ragazze a lavorare non solo in produzione dove le mani esili agevolavano l’incarto a mano dei cioccolatini ma anche negli uffici. Ma per noi è la normalità, non penso che ci siano stati pensieri di gender equality in mia nonna, ma semplice meritocrazia: si circondava di persone di cui si fidava e lo stesso vale per noi». Sul tema dell’empowerment femminile Zàini ha realizzato due progetti destinati a cooperative di donne in Costa d'Avorio, «da dove arriva la nostra materia prima, si tratta di una fabbrica per la produzione di sapone che riutilizza gli scarti della cabossa della pianta del cacao». Per chiudere il giro di un’economia circolare. 

Da sinistra, le tre sorelle Giada, Jenny e Joys Giaveri dell’azienda trevigiana, leader nella produzione di caviale di qualità.
Da sinistra, le tre sorelle Giada, Jenny e Joys Giaveri dell’azienda trevigiana, leader nella produzione di caviale di qualità.

Caviar’ sisters

Per le tre sorelle Giaveri il passaggio è stato naturale, «Lavorare in famiglia presenta delle sfide, ma i pro sono maggiori, è tutto più diretto, veloce. Joys la più piccola è arrivata dopo, ma Jenny e io erano già al fianco di papà», racconta Giada Giaveri. «Fu lui, negli anni 70, ad avere l’intuizione geniale di valorizzare la ricchezza delle acque sorgive calde tipiche del Trevigiano dove si trovano i nostri impianti ittici. Inizialmente l’attività era focalizzata sull'allevamento delle anguille, ma durante i viaggi per selezionare gli esemplari, papà s’innamorò degli storioni, un pesce preistorico, che può superare i 150 chili. Iniziò così a inserirli per la pesca sportiva, all'epoca il mercato del caviale dipendeva solo dal pescato selvaggio. Quando venne vietata per proteggere la specie dall'estinzione, dagli anni 90, noi eravamo già pronti e avvantaggiati». Così ricostruisce la storia familiare e quella del primato del caviale made in Italy, primo produttore nel mondo per qualità.

Caviar Giaveri varietà Osietra, tra le più pregiate, abbinato ai blinis.
Caviar Giaveri varietà Osietra, tra le più pregiate, abbinato ai blinis.

«Il gusto del caviale è legato al territorio», continua Giaveri, «quello che fa la differenza sono le materie prime, l’artigianalità dei passaggi a mano che si riflette poi nella tradizione italiana che contribuisce all’unicità del prodotto e del gusto». Si dice più elegante, bilanciato e morbido. «Il caviale di qualità non ha odori, non sa di pesce per questo piace in modo trasversale, anche ai bambini, mio nipote lo adora, ma in generale il 90% lo trova simpatico per la consistenza a palline e la delicata sapidità». Così si preparano le generazioni future.

Passaggi generazionali 

«Trovare il proprio nome al supermercato mi faceva impressione quando ero piccola», racconta Elisa Occelli, «e ora sono le mie figlie a dirmi “Guarda il burro del nonno” anche se ora che sono cresciute, hanno 10 e 11 anni, controllano anche i prezzi». Anche qui le terze generazioni sono precoci. Sul Passaggio generazionale nelle aziende familiare, Elisa ci ha scritto la tesi, quando studiava in Francia, ma poi ha fatto giri immensi anche lei, tra Milano, Shanghai e gli Stati Uniti dove ha seguito il marito, pilota a Indianapolis, qui sono nate le sue due figlie.

Elisa Occelli, con il padre Beppino Occelli e il fratello Carlo.
Elisa Occelli, con il padre Beppino Occelli e il fratello Carlo.

«L’azienda Beppino Occelli per me è sempre stata un po’ come una sorella, perché mio padre l’ha creata da solo a partire da una zangola per fare il burro, e l’ha sempre trattata come fosse una figlia. E così come coi fratelli li ami ma sei anche geloso, li abbracci ma poi dai di gomito per ottenere tutta l’attenzione tu». La terza generazione si sta preparando. Ma è contenta di esserci tornata dopo la pandemia e la separazione, ammette, soprattutto perché in azienda può vivere la quotidianità del padre e del fratello. «Mi ha dato modo di conoscerli veramente, come non sarei riuscita, tornando a casa due fine settimana al mese da Milano. Siamo una piccola azienda che qui a Farigliano dà lavoro a tutta una comunità anche per questo le persone ci sono grate».

Amelia Cuomo ha fatto rivivere lo storico pastificio di famiglia, fondato a Gragnano nel 1820.
Amelia Cuomo ha fatto rivivere lo storico pastificio di famiglia, fondato a Gragnano nel 1820.

Start up centenaria

Quella del Pastifico Cuomo si può raccontare come la storia di una start up di 200 anni e parte anche questa con una scomparsa improvvisa. Nel 2012, Amelia Cuomo perde un’amica, «ci conoscevamo dai tempi dell’università e, da studente fuori sede, siamo cresciute come sorelle, perderla mi ha fatto realizzare che niente è per sempre». Così lascia la carriera da consulente per aziende come Ferrari per riprendere il filo di quella pasta interrotto nel 1939 e iniziato molto prima come testimonia il libro Una famiglia, un pastificio. Duecento anni di maccheroni Cuomo a Gragnano 1820-2020, scritto Silvio De Majo, professore di Storia economica all’Università Federico II di Napoli. E per realizzare quello che è sempre stato il sogno del padre Mariano coinvolge tutta la famiglia. «Perché non mi piace fare le cose da sola e poi non è che ti puoi appropriare così». Il suo temperamento vulcanico come la sua terra l’ha portata poi a evolvere il progetto iniziale in un brand a 360° con ristorante, ospitalità e il Museo della Pasta Cuomo negli antichi spazi della fabbrica.

L'albero genealogico della famiglia al Museo della Pasta Cuomo.
L'albero genealogico della famiglia al Museo della Pasta Cuomo.

«Ma il primo passaggio è stato reimparare a farla la pasta», ricorda Amelia Cuomo, «perché dovevamo recuperare i settant’anni perduti, e così ci si è messo mio fratello Alfonso e nel 2024 ha avuto il riconoscimento per la migliore pasta d’Italia». Ed è entrata nella selezione finale per il Compasso d’Oro dell’Adi, che ogni anno individua le eccellenze del design italiano, per un nuovo formato di pasta a stella, «Tutto è nato da un incontro, mi invitano spesso a incontri sull’imprenditoria al femminile a parlare di empowerment e partecipo sempre, un giorno a Napoli ho incontrato questa giovane designer, Alessandra Torrisi, proponendosi di firmare un nuovo formato mi ha avvicinato alla fine della convention e da lì è partito tutto. Ci abbiamo lavorato un anno e abbiamo scelto un formato a stella, perché dicono che noi donne siamo spigolose, la verità è che vediamo le cose da molti punti di vista e dobbiamo sempre mettere i puntini sulle i per poter far valere la nostra visione. Cerchiamo sempre di farci valere, di farci validare non da qualcuno, quando invece la vera chiave di svolta è quella di validare noi stesse». (Riproduzione riservata) 

Orario di pubblicazione: 06/03/2026 00:07
Ultimo aggiornamento: 12/03/2026 10:00
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