3 Vermouth assaggiati al Salone di Torino 2026 da comprare subito per brindare ai suoi prossimi 240 anni
Terza edizione da record del Salone del Vermouth al Museo del Risorgimento: dove si è fatta la storia d’Italia, ora si scrive il futuro dell’aperitivo. Ecco che cosa ci ha colpito
Con la terza edizione del Salone del Vermouth, Torino capitale storica dell’aperitivo si riappropria della sua eredità liquida. L’evento creato e curato da Laura Carello festeggia con oltre 10mila visitatori in due giorni di apertura, il modo migliore per celebrare l’anniversario dei 240 anni della prima ricetta messa a punto da Antonio Benedetto Carpano che nel 1786, proprio qui aveva la sua bottega a due passi dal Museo del Risorgimento, gioiello incastonato tra Palazzo Carignano e piazza Carlo Alberto, dove aveva sede il Parlamento Subalpino. E proprio qui dove si è fatta la storia d’Italia, si è incominciato a riscrivere al futuro il capitolo di uno dei suoi riti storici, l’aperitivo.
Per una settimana il Salone del Vermouth ha acceso i riflettori sul nuovo rinascimento del vino aromatizzato. Oltre alla due giorni dedicata a visitatori e addetti ai lavori, infatti, la manifestazione ha visto attivazioni in tutta la città, dal 16 al 22 febbraio, con eventi e crossover gastronomici e culturali, tra master class, talk e tavole rotonde. Protagonista come ingrediente di piatti e abbinamenti inediti, il Vermouth ha conquistato i menù dei migliori ristoranti e locali della città che hanno ospitato guest di chef e bartender di fama internazionale.

Ma il cuore della kermesse era naturalmente al Museo del Risorgimento, nelle sale dagli alti soffitti affrescati che hanno ospitato una quarantina di espositori. Piccoli, medi e grandi produttori provenienti da tutt’Italia, dal Piemonte alla Calabria, compresi naturalmente tutti i grandi nomi del Consorzio del Vermouth di Torino, che rappresenta il 95% della produzione totale dell’Igp e 49 marchi, dalle grandi multinazionali alle piccole realtà. Dalla A di Antica Formula acquisita con Carpano dai Fratelli Branca nel 2001, fino al Vermouth Strucchi, passando dalle novità come Mancino ai nomi storici come Bottega Cinzano, Martini & Rossi, e naturalmente Cocchi, il cui fondatore Roberto Bava è stato già presidente del Consorzio (ruolo passato a ottobre 2025 a Bruno Malavasi, master of Botanicals presso “Davide Campari Milano”), nonché tra gli artefici della sua fondazione nel 2019, dopo aver ottenuto l'approvazione del disciplinare di produzione e l’Igp due anni prima. E proprio grazie a Roberto Bava si è scoperto una delle etichette più interessanti del Salone del Vermouth: Chazalettes.

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Largo ai giovani (e alla storia)
Chazalettes figurava già tra i fornitori della reale casa Savoia ai primi del Novecento, ma dietro uno dei marchi più storici c’è una delle più giovani protagoniste del Salone, Francesca Bava, tra le fondatrici di Sbarbatelle, iniziativa che promuove il vino e il vermouth al femminile. Originaria di Chambery, la famiglia in seguito alla divisione della Savoia si sposta nel Regno di Sardegna, stabilendosi a Torino.
Grazie alla sua precedente esperienza nel settore vitivinicolo, Clemente Chazalettes trova subito lavoro in una delle più rinomate case produttrici di Vermouth, diventandone in breve tempo il responsabile tecnico, per poi mettersi in proprio qualche anno dopo. La produzione fermatasi negli anni 70, è ripresa una decina d’anni fa grazie all’erede della dinastia, Giovanni Chazalettes, che ha portato in dote il ricco archivio dell’azienda e soprattutto lo storico ricettario.

Ricreate oggi le ricette di Chazalettes, Rosso, Bianco e Dry, si capisce perché le etichette erano diventate le preferite dalla regina Margherita, che concesse il riconoscimento ufficiale nel 1907, e la scelta vincente di mantenere le ricette originali. Come da ricettario si parte da una base di uve barbera e nebbiolo e un mix segreto di erbe e spezie, tra cui figura la galanga, radice originaria di Indonesia, Thailandia, Malaysia, d’altra parte Chazalettes negli anni d’oro era esportato, come dimostrano gli archivi, fino al Sudest asiatico e in località dove oggi il Vermouth fatica ad arrivare, per ora.
Il Mi-To con l’accento veneto
Tra i vermouth non torinesi si distingue anche nella grafia, il Vermut Bonaventura, creato dall’omonima famiglia della grappa, arrivata alla quinta generazione con Anna e Andrea Maschio. Presentato in forma ufficiale l’anno scorso, fa il suo ingresso al Salone. Per il loro ingresso nel mondo del vino fortificato sono partiti da un vitigno identitario del territorio come la Glera, con le sue caratteristiche note fruttate.

Il mix di spezie di Vermut Bonaventura, nonostante le ricche note di vaniglia e frutta candita, punta deciso sulla parte amaricante ed è stato messo a punto per ottenere un perfetto bilanciamento anche nell’ottica di un’abbinata all’altro aperitivo Bitter Maschio per ottenere un perfetto Milano-Torino, il cocktail progenitore della mixology moderna, che univa il Vermouth di Torino con il bitter di Milano, che in questo caso parla con deciso accento veneto.
Bartender’s choice
Vermouth Rosso 1865 nasce orgogliosamente fiorentino fin dal nome che, non a caso, riporta a grandi numeri la data in cui Firenze subentra a Torino come capitale d’Italia, per restarci sei anni. La ricetta parte da un blend di due vitigni toscani come Trebbiano e Sangiovese e viene poi fatto riposare in un ex caratello ex Vin Santo per quattro settimane.

Dal punto di vista dei nuovi trend di consumo, il Vermouth, con la sua moderata gradazione alcolica, guarda al futuro fin dalla sua nascita. Non stupisce che il mercato continui a crescere a doppia cifra con una media annua dal 2018 del +16,24 %. Per un volume complessivo di poco meno di 7 milioni di bottiglie prodotte, nel 2025, di cui il 60% è destinato all’export in 82 Paesi. (Riproduzione riservata)
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