Nella giornata di oggi, i mercati obbligazionari mondiali si focalizzano sulle scelte di politica monetaria americana ed europea. Infatti, il discorso di Donald Trump non ha dato indicazioni rilevanti sulla futura politica economica: per quanto il presidente abbia riproposto tutti i temi della campagna elettorale in modo più accomodante, meritandosi i complimenti di una stampa finora avversa, non ha toccato le modalità di applicazione delle sue idee, in particolar modo riguardanti la competitività delle imprese e la riforma tributaria, ancora una volta definita epocale. Per questo, sui mercati, pesa in modo maggiore l’attesa per il meeting della Fed di metà marzo, durante cui si deciderà se alzare i tassi, dopo che, in questi giorni, diversi membri della Fed hanno ribadito che sussiste una concreta possibilità. Ora la probabilità con cui il mercato prezza un aumento è salita all’80%, corroborata anche dai positivi dati odierni (indice Isma a 57,7; consenso a 56):in tal senso, si noti il crollo dei T-Bond, con i rendimenti sui decennali in rialzo di 10 pb al 2,458%. Di riflesso calano i governativi europei, con il tasso sui Bund a 10 anni allo 0,286% (+8 pb) e quello sui Btp decennali al 2,127% (+4 pb), supportando il ribasso dello spread, crollato di circa 5 punti a quota 182. L’andamento dei titoli tedeschi è peggiorato dal dato sull’inflazione, ora ai massimi dal 2012 (+2,2%), segno di un’economia in salute ma che, allo stesso tempo, potrebbe subire la politica monetaria accomodante della BCE, in opposizione della quale il presidente della Bundesbank Weidmann ha espresso la necessità di un suo allentamento per evitare problemi. Tale pensiero sarà valido per l’intera UE, qualora l’economia (e l’inflazione) continuassero a crescere oltre le attese. (riproduzione riservata)