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Pietro Beccari: «La corsa di Louis Vuitton»

«Dopo aver portato l’America’s cup a Napoli, ora aggiungiamo la Dolomites classic run», spiega il numero uno del brand ammiraglio di Lvmh. «L’Italia è il secondo Paese per il gruppo», sottolinea. Il mercato del lusso si evolve tra retail, experience e cultura con flagship-museo, come a Shanghai. La sfida più attesa? «Il progetto sugli Champs élysées»

di Stefano Roncato e Tommaso Palazzi
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Pietro Beccari (ph Stefano Roncato)
Pietro Beccari (ph Stefano Roncato)

Louis Vuitton fa rotta sull’Italia. E riparte con una gara di auto d’epoca che prenderà il via da Venezia il prossimo 1° settembre per concludersi a Monza, dove il 4 settembre le vetture partecipanti sfileranno nell’Autodromo nazionale durante l’apertura del Gran Premio d’Italia di Formula 1 (di cui il gruppo Lvmh è Global luxury partner, ndr). «Riprendiamo una tradizione a cui sono legato dalla mia prima esperienza nella maison», spiega Pietro Beccari, presidente e ceo di Louis Vuitton e ceo di Lvmh fashion group. E preme sull’acceleratore del racconto: «L’Italia è il nostro secondo Paese per importanza, per artigianato e per vicinanza culturale». È un ritorno che non è solo geografico, ma concettuale. «Non vendiamo solo prodotti, ma storytelling e valori. Tra questi c’è l’ottimismo, la capacità di superare se stessi», aggiunge. «Le crisi ci obbligano a inventare nuovi modi per stimolare desiderio e consumo. Non basta prenderne atto, bisogna reagire», dice.

Ed è qui che entra in gioco la nuova grammatica del brand. Fatta di spazi sempre più immersivi, dove il negozio non è più solo negozio, ma parte finale di un percorso culturale. Gli effetti sono misurabili. In alcuni progetti, come quello di Shanghai (un mega building che sembra una nave e in cui un museo occupa la superficie preponderante), «il traffico ha raggiunto oltre 27.000 persone a settimana e generato più di 70 milioni di euro. A Seoul, un’operazione simile ha moltiplicato i risultati fino a quintuplicare le performance del punto vendita. A New York, lo spostamento e la costruzione di un nuovo landmark urbano ha più che raddoppiato il fatturato». Non è, sottolinea Pietro Beccari, un aumento di prezzo a guidare la crescita, ma un aumento di attrazione. È il principio per cui la narrazione precede l’acquisto. E lo spazio diventa generatore di desiderio. È in questa traiettoria che si inserisce la Dolomites classic run 2026. Il claim resta lo stesso: «La vittoria viaggia in Louis Vuitton».

Il manifesta della Louis Vuitton Dolomites classic run 2026 (courtesy Louis Vuitton)
Il manifesta della Louis Vuitton Dolomites classic run 2026 (courtesy Louis Vuitton)

Louis Vuitton rilancia dall’Italia la Dolomites classic run. Cosa rappresenta questo ritorno?

Riprendiamo una tradizione a cui sono legato dalla mia prima esperienza nella maison. L’Italia è il nostro secondo Paese per importanza, per artigianato e per vicinanza culturale. Ma non è solo un ritorno geografico è un ritorno al viaggio come linguaggio della nostra maison.

Perché ripartire dall’Italia?

Perché non c’è Paese migliore. Attraversiamo luoghi che uniscono artigianato e cultura del viaggio, dalle Dolomiti fino a Monza. Il legame con la Formula 1 è naturale. È un’estensione contemporanea del nostro immaginario. Cene in luoghi normalmente chiusi e siti del Patrimonio Unesco, ma anche esperienze diffuse sul territorio e aperte al pubblico. La domanda è già altissima.

Dopo l’America’s cup a Napoli, fa parte di una strategia tricolore?

Non direi una strategia costruita a tavolino, ma una naturale convergenza. L’Italia è centrale per il lusso globale: creatività, manifattura, cultura. È un ecosistema unico.

Come vede il mercato del lusso oggi?

È un anno difficile, molto volatile. Tassi, inflazione, geopolitica: tutto cambia rapidamente. Ma il lusso ha cicli lunghi. Dopo ogni crisi c’è sempre una fase di ripartenza forte.

Cosa farà ripartire il settore?

I fondamentali restano solidi: storia, savoir-faire, trasmissione generazionale. Come disse Bernard Arnault parlando con Steve Jobs: «I nostri prodotti saranno ancora qui tra 100 anni, quando la tecnologia sarà stata sostituita almeno venti volte». Non è solo una provocazione: è l’idea che il lusso, a differenza dei cicli tecnologici, si fondi su oggetti destinati a durare, attraversando epoche e innovazioni senza perdere senso.

Le crisi sono anche un’occasione di ripensamento di strategie e consumi?

Sì. Le crisi ci obbligano a inventare nuovi modi per stimolare desiderio e consumo. Non basta prendere atto dei cambiamenti: bisogna reagire. Per questo abbiamo sviluppato progetti che uniscono musei, hospitality ed esperienze speciali ai negozi, da Bangkok a Seoul fino a Shanghai e Hong Kong.

Il progetto The Louis di Louis Vuitton a Shanghai (courtesy Louis Vuitton)
Il progetto The Louis di Louis Vuitton a Shanghai (courtesy Louis Vuitton)

L’oggetto rischia di perdere centralità?

No. L’oggetto resta la base: deve essere perfetto, deve contenere savoir-faire e artigianalità. Ma oggi le persone entrano in boutique anche per condividere valori, non solo per comprare.

Il lusso quindi oggi è più esperienza che prodotto?

È entrambe le cose. L’oggetto è necessario, ma l’esperienza amplifica il valore. In alcuni progetti museali abbiamo visto un effetto diretto sulle vendite: prima si crea attrazione, poi desiderio.

E in questo momento, per lei, che cos’è davvero la vittoria?

Non ho ancora smesso di mettere il paletto più avanti. È una sfida continua. Ma un orizzonte c’è già. Nel 2027, se riusciremo ad aprire il progetto sugli Champs élysées e creare il conglomerato più straordinario e più lusso mai realizzato, quella sarebbe una bella vittoria. (riproduzione riservata)

Orario di pubblicazione: 03/07/2026 08:00
Ultimo aggiornamento: 03/07/2026 10:00
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