BusinessDa Orange fiber a Bonotto ora la filiera è green
Il tessile italiano fa rotta sull’upcycling Vegea punta sugli scarti dell’uva per i progetti con Bentley e Tiziano Guardini
Nel panorama tessile sempre più realtà fanno dell’innovazione e dell’upcycling la loro mission aziendale. Usare tessuti di alta qualità ma creati a partire dagli scarti della filiera agrumicola è stata l’idea di Adriana Santanocito, fondatrice insieme a Enrica Arena, di Orange fiber, un’azienda nata nel 2014 che si occupa della produzione di fibre e tessuti a partire dagli scarti degli agrumi e che ha collaborato anche con Salvatore Ferragamo. L’approccio etico è quello che guida anche Bonotto, parte del gruppo Zegna. «Utilizziamo soprattutto cotoni con certificazione Gots, ovvero organici, coltivati senza pesticidi e tinti con pigmenti naturali, mentre per le lane usiamo prevalentemente quelle certificate Rws–Responsible wool standard e No mulesing, prodotte senza maltrattamenti dell’animale», spiega il direttore creativo Giovanni Bonotto.
Dagli scarti del vino arriva invece il materiale prodotto dalla Vegea di Rovereto. Ideatori di un tessuto tecnico a base vegetale ricavato dal trattamento delle fibre e degli oli della vinaccia, ovvero le bucce, semi e raspi dell’uva, scarti della lavorazione vinicola non usano chimica. Niente petrolio, né sostanze inquinanti, niente materiali di derivazione animale, che lo rende anche vegan-friendly. Tra le collaborazione quella con il designer Tiziano Guardini (uno degli abiti della collezione realizzata con Vegea è stato anche esposto al V&A di Londra) fino a Bentley che ha utilizzato Vegea per realizzare gli interni delle sue auto. (riproduzione riservata)