Magari l’invasione della Groenlandia non si farà, ma è tutto pronto per quella di Davos. La prossima settimana, dal 19 al 23 gennaio, si terrà nella cittadina svizzera, un tempo nota per il suo sanatorio, immortalato da Thomas Mann nel capolavoro La Montagna Incantata, il meeting annuale del World Economic Forum (Wef), che un tempo ambiva a governare il mondo (e secondo i complottisti lo faceva) mentre ora dimostra un notevole affanno. Perché è tornato alla Casa Bianca il suo principale nemico: Donald Trump, che alla globalizzazione invocata da Davos ha risposto con America First, in particolare con quanto di più antiglobale ci possa essere: i dazi.
Per dimostrare la sua forza, la prossima settimana Trump sbarcherà a Davos con la più grande delegazione statunitense mai vista nella località elvetica, composta da circa 20 membri dell'amministrazione, tra cui il segretario di Stato Marco Rubio e quello al Tesoro, Scott Bessent.
Si può ben dire che nei giorni del Forum la Casa Bianca si trasferirà nella English Church di Davos. L’edificio del XIX secolo, ufficialmente consacrato a San Luca, appartiene alla Libera Chiesa Evangelica, che continua a tenervi regolarmente funzioni religiose. Ma nei giorni del Forum sarà preso in affitto dalla delegazione americana e verrà denominato «Usa House».
«Usa House» si è subito meritata il soprannome di «The Sanctuary» e fungerà da hub per i leader americani. Gli interni sono stati decorati con motivi patriottici per celebrare il 250° anniversario della Dichiarazione d'Indipendenza (1776-2026).
Da notare che, in pieno stile trumpiano, l'operazione è frutto di un'iniziativa privata, guidata dall'investitore Richard Stromback, un ex giocatore professionista di hockey su ghiaccio diventato venture capitalist. Aziende come Microsoft e McKinsey hanno contribuito con sponsorizzazioni fino a 1 milione di dollari ciascuna per sostenere lo spazio.
Tema del Forum, come dice il titolo, sarà Uno spirito di dialogo. Spirito che difficilmente sarà fatto suo da Trump. (riproduzione riservata)