L’indice S&P500 si appresta a chiudere il trimestre in corso con una performance positiva del 4%, mentre l’indice equal weighted evidenzia una performance negativa del 3%, confermando la tesi di Maurizio Novelli, gestore del fondo Lemanik Global Strategy, che il mercato azionario Usa non è attualmente un mercato, ma solo un indice. Questa esasperata concentrazione di performance (pochi titoli guidano il trend dell’indice) ha toccato tali livelli solo tre volte nella storia: nel 1928/1929, nel 2000/2001 e oggi.
Questo meccanismo di concentrazione serve, per ora, a sostenere un mercato azionario in crisi, dato che l’effetto trascinamento esercitato dall’indice serve a sostenere flussi di capitale verso società che attirano tali flussi solo grazie alla capitalizzazione sull’indice e non per i risultati di bilancio. Le società quotate sono, quindi, costrette a riversare una percentuale significativa dei profitti (circa il 70% a fine 2023) nei buyback, anche se i valori di acquisto delle proprie azioni non sono convenienti per gli azionisti, per tentare di mantenere una capitalizzazione che consenta di attirare i flussi passivi generati dagli Etf.
Qualche esempio? Basta guardare a Intel: la società ha ricevuto sussidi governativi per 48 miliardi di dollari per sviluppare chip avanzati dopo aver bruciato 95 miliardi in buy back. Boeing ha bruciato 60 miliardi di dollari in buy back per poi ricorrere agli aiuti di Stato per superare la crisi derivante dalla progettazione del 737. Apple negli ultimi 5 anni ha generato 560 miliardi di cash flow e ne ha spesi 470 in buy back (oltre 80% del cash flow).
«Mentre si cerca di far credere che il buy back è sempre e comunque la migliore operazione possibile per gli azionisti, in realtà nasconde una finalità prevalente, cercare di sostenere il titolo per mantenere una capitalizzazione tale da attirare i flussi degli Etf», spiega Novelli. «Fino a quando va tutto bene un meccanismo alimenta l’altro. Più soldi entrano negli Etf più flussi vanno sui titoli a maggior capitalizzazione, più fai buy back e più sostieni la capitalizzazione per attirate tali flussi».
Nel 1928, ricorda Novelli, tale meccanismo non era sostenuto dagli Etf, che ancora non esistevano, ma dai Trust, dei veicoli finanziari creati dalle società quotate, dove una parte degli utili venivano allocati per fare buy back. »Nulla di nuovo sotto il sole, è solo cambiato lo strumento utilizzato per sostenere il mercato. L’esperienza storica ci dice però che il meccanismo non è così solido come si tende a far credere. Per questo motivo molti investitori istituzionali americani considerano il loro mercato «uninvestable», e per questo motivo il mercato azionario US è ormai solo uno strumento di trading», continua il gestore di Lemanik.
Nel frattempo i fondamentali dell’economia americana continuano a deteriorarsi. Anche maggio ha evidenziato un calo dei consumi e una revisione al ribasso del dato sui consumi di aprile. In circa 18 mesi i consumatori Usa hanno dilapidato 2,5 trilioni di eccesso di risparmio generato dai generosi interventi fiscali, hanno fatto ulteriori 500 miliardi di debito al consumo e hanno beneficiato della sospensione dei pagamenti del debito sugli Student Loans. L’effetto combinato di tali eventi straordinari ha generato 3 trilioni di dollari (15% del pil) di consumi anomali, ha innescato il rimbalzo del ciclo e il recupero dei profitti per le società quotate, ma poi ha innescato l’inflazione.
«L’impennata dei prezzi è stata un’ulteriore spinta anomala sui profitti delle società quotate, che grazie al pricing power, hanno scaricato sul consumatore finale l’intera ondata inflazionistica. Nonostante questo il 60% delle società che compongono l’indice Russell 3000 non fanno utili», avverte Novelli. Questo per ribadire che Etf e buy back nascondono un mercato azionario in crisi e una economia molto più debole di quella che viene raccontata dalle banche d’investimento (guarda caso americane).
Le elezioni Usa non modificano lo scenario. «A mio parere l’inflazione sarà la scelta necessaria, dato che gli Stati Uniti prima di soccombere perseguiranno politiche reflazionistiche, l’alternativa è una crisi da debito con deflazione, ma non credo sia la scelta probabile, anche se l’incidente, visto come siamo messi, può accadere.
Lo scenario si delinea dunque alquanto problematico e la tenuta del sistema dipende dalla fiducia cieca in quello che ti raccontano», è il monito di Novelli. «Il rallentamento in corso dell’economia può sostenere un rally sui bond e creare aspettative di rientro dell’inflazione, inducendo Fed e Bce a ridurre marginalmente i tassi. Ma più il rallentamento si consolida più aumentano i rischi di sistema procurati dall’eccesso di debito speculativo a rischio di default. Per evitare questo rischio latente le politiche fiscali devono essere per forza reflazionistiche e quindi, a partire dal tardo autunno dell’anno in corso, i mercati potrebbero scontare politiche fiscali americane decisamente espansive per evitare una crisi. Questo potrebbe innescare ulteriori rischi di inflazione, creare ulteriore pressione sui bond e innescare un ulteriore rally sull’oro. Le borse rischiano di aver scontato una traiettoria di profitti attesi basati sui fattori straordinari elencati e non ripetibili. I tempi per l’introduzione di un controllo della curva dei tassi sul dollaro si fanno sempre più vicini». (riproduzione riservata)