Ursula von der Leyen resta alla guida della Commissione. Il 10 luglio il Parlamento Europeo ha respinto la mozione di sfiducia presentata dall’europarlamentare romeno, Gheorghe Piperea, membro dei conservatori dell’Ecr.
Per far cadere la presidente erano necessari i due terzi dei voti presenti in aula (553). A Strasburgo invece solo 175 hanno detto sì alla sfiducia, mentre 360 hanno scelto il no e 18 si sono astenuti. Distinguo anche tra i partiti italiani: M5S e Lega hanno bocciato von der Leyen, mentre Fratelli d’Italia si è astenuto nonostante la mozione provenisse dal suo gruppo.
«Ancora una volta siamo stati gli unici nel centrodestra italiano ad avere il coraggio di opporsi a chi rappresenta il fallimento di un’Europa sempre più ideologica e distante dalla realtà. Green Deal, riarmo, burocrazia: con von der Leyen in campo la competitività del nostro sistema economico continuerà a essere massacrata», attacca Paolo Borchia, capo delegazione della Lega al Parlamento Ue.
«Per troppo tempo la presidente ha cercato una maggioranza a geometria variabile, sacrificando chiarezza politica e coerenza europeista. Il nostro no alla mozione non è un sì automatico alla Commissione. Non basta evitare la censura per costruire una maggioranza: serve una rotta chiara su stato di diritto, difesa, competitività e Green Deal. Von der Leyen deve scegliere: o un’Europa forte e credibile, o i giochi di palazzo», afferma invece Sandro Gozi, eurodeputato di Renew.
«La nostra priorità resta rafforzare la cooperazione sui singoli dossier con le forze politiche affini, sia al centro che a destra, che condividano i nostri obiettivi e sappiano andare oltre le barriere nazionali e i pregiudizi ideologici», rispondono i capi delle delegazioni di Ecr che non hanno partecipato al voto, tra cui Carlo Fidanza di FdI. «In un contesto internazionale complesso riteniamo controproducente alimentare divisioni interne all’Ue».
La presidente della Commissione è finita sotto accusa per lo scandalo Pfizergate, cioè per la presunta mancanza di trasparenza nelle modalità con cui l’Ue ha ottenuto il vaccino contro il Covid-19 da Pfizer-BioNTech. Da anni la stampa domanda di accedere ai messaggi scambiati tra von der Leyen e il ceo di Pfizer, Albert Bourla, richieste finora bocciate.
Ma a von der Leyen è stata contestata anche la decisione di approvare il nuovo debito comune per la difesa (Safe) senza passare dal Parlamento Europeo. Ne è nato uno scontro istituzionale che potrebbe spingere la presidente dell’Europarlamento, Roberta Metsola, a presentare ricorso alla Corte di Giustizia.
La mozione di sfiducia si è trasformata anche in una resa dei conti nella maggioranza, che però alla fine ha votato (salvo qualche defezione) per von der Leyen. Da mesi i socialisti di S&D e i liberali di Renew criticano la politica dei due forni adottata dai popolari del Ppe, che su alcuni dossier (ad esempio quelli del Green Deal) preferiscono schierarsi con l’estrema destra.
La presidente della Commissione fa parte dei popolari ed è stata attaccata da socialisti e liberali per non aver convinto il suo gruppo a spezzare l’asse con le forze fuori dalla maggioranza. S&D è arrivato al punto di minacciare l’astensione nel voto di sfiducia del 10 luglio, ma alla fine ha cambiato idea dopo le rassicurazioni di von der Leyen sul Fondo Sociale Europeo.
Si tratta di uno strumento caro alle forze di sinistra, che rischiava di perdere la sua autonomia all’interno del prossimo bilancio settennale dell’Ue (2028-34). La presidente ha promesso invece che il fondo resterà indipendente e così si è assicurata l’appoggio di S&D. Lo scontro però potrebbe essere stato solo rimandato all’autunno, cioè a quando von der Leyen pronuncerà il discorso sullo Stato dell’Unione davanti all’Europarlamento. (riproduzione riservata)