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Visti H1-B: ecco quanto costerebbe ad Amazon, Google, Apple, Microsoft e Meta la nuova tassa di Trump

di Mario Olivari
23 settembre 2025, 15:11

Guida la classifica Amazon con 14667 dipendenti. Podio per Microsoft e Meta che ne impiegano rispettivamente 5189 e 5123 unità. Medaglia di legno per Apple con 4202 occupati in possesso di visto. Quinto posto per Google con 4186 risorse umane

Secondo stime del Wall Street Journal, se la tassa da 100 mila dollari una tantum sui nuovi visti H-1B venisse approvata, Amazon potrebbe dover pagare fino a 1,5 miliardi di dollari, Microsoft e Meta circa 520 milioni, Apple e Google 420 milioni. Certo, bruscolini per società che fatturano in media 360 miliardi di dollari all’anno. La proporzione del personale in possesso di visto H1-B impiegata dai colossi tecnologici rispetto al totale è tuttavia variabile, e, in quanto tale, va considerata caso per caso

Guida la classifica Amazon con 14667 dipendenti, pari allo 0,7% del totale. Podio per Microsoft e Meta che impiegano rispettivamente 5189 e 5123 dipendenti con visto pari al 2,3 e al 7,3%. Medaglia di legno per Apple con 4202 risorse in possesso di visto, pari al 5,25% del totale degli assunti a livello globale. Infine, al quinto e ultimo posto tra i colossi tecnologici noti giornalisticamente come Magnificent 7 figura Google con 4186 occupati, pari al 2,3% del totale.

Negli ultimi 10 anni il 71% dei visti H1-B è stato rilasciato ad indiani, il 12% a cinesi

Stando ai dati forniti dal governo Usa, i lavoratori provenienti dall’India hanno dominato la quota di H-1B, soprattutto nell’ultimo decennio. I dati federali del 2024 mostrano che i cittadini nati in India rappresentavano il 71% delle richieste approvate, mentre quelli provenienti dalla Cina circa il 12%. Tutti gli altri Paesi hanno contribuito in misura molto più ridotta. L’amministrazione Trump vuole imporre un tetto di 85 mila nuovi visti H-1B all’anno. Anche se si tratta di una frazione molto bassa del totale della forza lavoro, pari a 171 milioni di persone, il limite rappresenterebbe una riduzione di circa il 79% rispetto ai 400 mila visti emessi nel 2024.

Prima si accennava dell’impatto limitato sui bilanci di questi colossi tecnologici che presentano flussi di cassa da decine di miliardi di dollari. Ma il tema non è soltanto economico. È anche strategico. Stando a quanto riporta il sito ufficiale del Congresso, Il 65% dei visti H-1B approvati nel 2023 è stato destinato a professionisti in occupazioni informatiche, come analisti di sistemi, sviluppatori software e ingegneri informatici. Il 10% è andato a professionisti in ingegneria e architettura. Il 6% è stato destinato a professionisti in scienze fisiche, biologiche e sociali.

Si tratta di professionisti con competenze avanzate e formazione accademica di alto livello, che generano un elevato valore aggiunto per le società tecnologiche per cui lavorano. Software engineer, data scientist e ingegneri elettronici sono fondamentali per l'innovazione tecnologica e la competitività economica. E questo ancora più vero nel secolo dell’AI che si sta affermando come una vera e propria “quarta rivoluzione industriale”.

Che ne sarà della competizione tecnologica con la Cina?

Diversi osservatori geopolitici hanno già ampiamente sottolineato che la nuova guerra fredda sarà tra Washington e Pechino e il campo di battaglia sarà la tecnologia. Le modalità attraverso cui vengono coltivati i talenti negli Usa e in Cina presentano però differenze rilevanti. Se gli Stati Uniti hanno storicamente attratto una quota significativa di talenti Stem (scienza, tecnologia, ingegneria e matematica) da tutto il mondo, grazie a politiche di immigrazione relativamente aperte e a un ambiente favorevole all'innovazione, la Cina ha adottato storicamente una strategia a lungo termine per potenziare il capitale umano interno

Stando a quanto riportato dal Center for Strategic and International Studies (Csis), le proiezioni per il 2025 indicano che la Cina laureerà oltre 77 mila PhD in discipline Stem, quasi il doppio rispetto ai circa 40 mila previsti per gli Usa. Tuttavia, gli Stati Uniti detengono ancora il primato per gli investimenti pubblici dedicati allo sviluppo di talenti. Secondo i dati forniti dalla World Bank Washington nel 2022 ha speso circo 1050 miliardi di dollari in ricerca e sviluppo, pari al 3,6% del pil. Pechino, sempre al 2022, invece si assesta sui 500 miliardi di dollari, corrispondenti al 2,7% del pil.


Da ultimo, ma non per importanza si ricorda che, anche se gli Usa spendono di più in ricerca e sviluppo rispetto alla Cina, sia in termini assoluti sia in proporzione al pil, le prospettive fiscali e di crescita dei due Paesi sono differenti. Washington presenta un debito/pil superiore al 100% e un deficit intorno al 7%, con una quota significativa vincolata a spesa militare e interessi sul debito. Pechino, invece, ha un rapporto debito/pil più contenuto all’88% (con un deficit al 4%) e maggior margine di manovra per investire nello sviluppo interno dei talenti. A questo si aggiunge il fatto che le prospettive di crescita economica della Cina restano più elevate rispetto a quelle degli Stati Uniti. Le proiezioni ufficiali del Fondo Monetario Internazionale affermano infatti che l’economia del dragone possa crescere del 3,8% all’anno in termini reali tra il 2025 e il 2030, contro l’1,8% di quella statunitense.(riproduzione riservata)



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