Tutti vogliono un Papa amico, dopo Francesco: o una figura sterile dal punto di vista comunicativo e geopolitico, che riporti indietro la Chiesa nell’alveo ristretto della trascendenza, oppure una leaderistica che incarni le opzioni strategiche, pur diverse tra loro, che Stati Uniti ed Europa stanno maturando nei confronti di Russia e Cina.
La continuità rispetto a Francesco viene invece considerata eversiva, sia sul piano dogmatico che su quello delle relazioni internazionali che fanno perno sull’Occidente: è questa la sfida di fondo che contrappone chi vuole riportare la Chiesa al vecchio ordine a chi continuerebbe a tessere nuovi equilibri globali.
I funerali di Francesco, cui sono convenuti potenti da tutto il mondo, hanno segnato una svolta profonda nei rapporti con la Chiesa cattolica rispetto a quelli che avevano caratterizzato le esequie altrettanto imponenti di Giovanni Paolo II: è da quel Pontificato che si deve partire per trovare le chiavi interpretative del Conclave che inizierà il prossimo 7 maggio.
Allora, nel 2005, si concludeva una fase storica caratterizzata dal legame inestricabile che si era creato tra la missione religiosa di Giovanni Paolo II, quella di riportare la fede cattolica in Russia dopo averla consacrata al cuore di Maria, e la battaglia politica che aveva portato alla fine del comunismo partendo dalla Polonia di Karol Wojtyla e prima ancora del Primate Stefan Wyszynski.
La visione geopolitica della presidenza di Ronald Reagan aveva trovato una sponda insostituibile nella forza carismatica di Giovanni Paolo II: si concludeva cosí il secolo degli orrori che era iniziato con la Prima Guerra mondiale e con la Rivoluzione bolscevica che aveva negato ogni libertà, prima fra tutte quella religiosa.
Ora, a vent’anni esatti dalla morte di Giovanni Paolo II, si conclude un Pontificato altrettanto storico per aver sfidato le frontiere dogmatiche e teologiche che hanno sempre limitato il magistero sociale del vicario di Cristo: muovendosi prevalentemente sul piano dell’umano e non del trascendente, Francesco ha superato nel medesimo tempo sia il trauma profondo che era stato determinato nella Chiesa dalle dimissioni di Benedetto XVI, che i limiti di linguaggio e di messaggio che l’avevano resa sempre più distante dal mondo.
È infatti sul piano sociale e geopolitico che la teologia della Liberazione cui si è ispirato Papa Francesco è stata dirompente. Mentre il capitalismo e i valori dell’Occidente non sono mai stati considerati paradigmi unici e insuperabili, venendo così meno alla prudenza che aveva caratterizzato le ammonizioni di Giovanni Paolo II, i temi dell’ambiente e dell’emigrazione sono stati affrontati in modo compiuto nell’Enciclica Laudato sii, e quelli geopolitici in maniera ancor più diretta e incisiva: dalla definizione delle regole per la nomina dei vescovi in Cina all’espansione della Nato che «era andata ad abbaiare alle frontiere della Russia», fino alla ripetuta stigmatizzazione delle azioni militari compiute da Israele ai danni della popolazione palestinese di Gaza che sono state considerate alla stregua di un genocidio.
La decisa contrarietà di Francesco all’aborto e la sua viva compassione nei confronti degli omosessuali hanno marcato il confine tra peccato e pregiudizio sociale. Ben altra cosa sono la pedofilia che va combattuta e la «frociaggine» che inquina le gerarchie ecclesiastiche.
In vista del Conclave, è stato il cardinale Angelo Bagnasco, non candidabile in quanto ultraottantenne, a porre sul tappeto la questione cruciale che riguarda il futuro della Chiesa: «C'è bisogno di riscoprire la fede o l'Occidente perderà identità», ha dichiarato, temendo il futuro di una società senza Dio e contro l’Uomo. La prospettiva già paventata ai tempi di Benedetto XVI, di una Chiesa che ritorni alle origini, ridotta a una sparutissima comunità di veri credenti in un mondo scristianizzato, rimane di drammatica attualità.
L’episcopato italiano teme dunque la deriva verso l’incognito, sia sul piano della saldezza dei princípi religiosi che dal punto di vista del coinvolgimento diretto della Chiesa nello scontro geopolitico in atto: mentre, da una parte, il novantaquattrenne cardinale Camillo Ruini ha richiamato la necessità della «certezza della verità e della dottrina», evitando inutili durezze e aridità di cuore, e del rispetto delle complesse regole che presiedono al governo della Chiesa, dall’altra c’è la candidatura del segretario di Stato Pietro Parolin (ora formalmente decaduto come da costituzione apostolica) che garantirebbe un’opera di mediazione diplomatica da parte della Santa Sede, attenta a tutti gli interessi in campo.
Si tratta di una prospettiva sostanzialmente minoritaria nel clima di scontro geopolitico che è in corso anche in campo occidentale, viste le divisioni esistenti all’interno degli Usa e quelle tra la presidenza di Donald Trump e il trinomio politico che si è consolidato tra Londra, Parigi e Berlino, in cui l’obiettivo di conquistare terreno nella demarcazione dei confini tra chi è amico e chi nemico prevale rispetto alla mediazione. Questa sarebbe solo l’ultimo rimedio, nel caso di uno scontro che porti allo stallo interminabile.
Sempre di rimessa, ci sono le due candidature dei «dialoganti» europei che possono raccogliere voti al di fuori del Continente: il cardinale Jean-Marc Aveline, Arcivescovo di Marsiglia, appena eletto a presidente della Conferenza episcopale della Francia e che ha instaurato da tempo solide relazioni con la comunità islamica; e il cardinale Péter Erdo, arcivescovo metropolita di Esztergom-Budapest e primate d'Ungheria, che ha instaurato buone relazioni con il mondo ortodosso. Sono vantaggi importanti, ma non decisivi.
Sul versante dei più quotati tra i papabili non europei c’è il filippino Luis Antonio Tagle: nato a Manila da madre cinese, fine teologo elevato alla porpora da Benedetto XVI, è stato successivamente nominato da Francesco alla presidenza della congregazione per l’Evangelizzazione dei popoli. Abile comunicatore, capace di cantare in abiti non talari Imagine di John Lennon con una performance di grande successo sui social media, Tagle è stato durissimo nei confronti della piaga della pedofilia ma assai compassionevole nei confronti degli omosessuali, dei divorziati e delle donne non sposate con figli: al profilo teologicamente tradizionalista aggiunge una grande sensibilità nei confronti dei poveri e degli emarginati e soprattutto l’impegno per l’estensione della presenza della Chiesa cattolica nel mondo. Venisse eletto, sarebbe una sorta di Benedetto Francesco I.
Un papa americano non sembra invece probabile, anche se si fanno i nomi del cardinale statunitense Timothy Dolan, che ha 75 anni e che dal 2009 è Arcivescovo di New York, e di Robert Francis Prevost, 69 anni, per lunghi anni attivo in Perù. Anche le ambizioni del ghanese Peter Appiah Turkson, che ha 77 anni, non sembrano coronabili da successo: eleggere un Papa nero, di stirpe non occidentale come accadde con Barack Obama, sembra l’improbabile sequel del «Yes, we can!», un’epoca tramontata definitivamente.
Molte cancellerie del Nord Europa cercano di far eleggere un Papa anglofilo, se non addirittura un anglofono: nel rinnovato clima di scontro nei confronti di Russia e Cina, vorrebbero il bis del papato geopolitico di Giovanni Paolo II. Se questo obiettivo non sarà affatto facile da raggiungere, si opporranno a ogni costo, più che strenuamente, alla prospettiva rappresentata dalla continuità con Papa Francesco: sarebbe un altro Pontificato incontrollabile. (riproduzione riservata)