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Leone XIV alla sua prima uscita a San Pietro, l'8 maggio 2025
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Ecco cosa ha trovato Papa Leone XIV nel bilancio riservato del Vaticano: meno donazioni, tanta finanza, la zavorra degli ospedali

09 maggio 2025, 21:56 Ultimo aggiornamento: 12 maggio 2025, 10:19

Conti della Santa Sede in costante deficit e donazioni in calo, specie dagli Usa: Leone XIV dovrà mettere mano a 1,2 miliardi di spese. Dentro c’è di tutto: ospedali, dipendenti, nunziature. E la spending review colpisce anche la carità 

Quasi 4,2 miliardi di patrimonio, per la precisione 4.191 milioni di euro. È questa l’eredità terrena che Jorge Mario Bergoglio lascia al suo successore Robert Francis Prevost, eletto Papa Leone XIV giovedì 8 maggio al quarto scrutinio.

Molto probabilmente la cifra effettiva sarà più bassa, dato che questi sono numeri tratti dal bilancio consolidato della Santa Sede al 31 dicembre 2023, l’ultimo approvato dalla Segreteria per l’Economia (Spe) - ma non reso pubblico - che Milano Finanza è riuscito a leggere. Ed è un patrimonio su cui il Vaticano fa leva per ammortizzare i colpi del suo deficit strutturale, stimato in circa 70 milioni l’anno. Ma Oltretevere ci sono abituati: solo nel 2023 il patrimonio netto della Santa Sede è calato di oltre 256 milioni, soprattutto per svalutazioni di immobili, compreso il famoso palazzo di Londra.

Il risanamento delle finanze vaticane

Da qui il nuovo pontefice dovrà partire. Anche perché, per risparmiare, il Vaticano ha dovuto anche tagliare perfino le donazioni e gli aiuti, per ben 11,6 milioni: in un anno sono passati da 137,7 a 126,1 milioni. Francesco aveva ben chiaro il problema: «Dobbiamo essere consapevoli che oggi dobbiamo assumere decisioni strategiche che vanno prese con grande responsabilità, perché siamo chiamati a garantire il futuro della missione», scriveva al Collegio dei cardinali il 20 settembre 2024.

Tra i compiti che attendono Leone XIV quello di continuare nella spending review per il risanamento delle finanze è il più prosaico ma è quello particolarmente urgente, al punto che gli esperti di cose vaticane ritengono che la scelta dei 133 cardinali rinchiusi nella Cappella Sistina sia stata influenzata anche dalla provenienza di Prevost: è il primo pontefice statunitense - come il presidente Donald Trump non ha mancato di sottolineare nel suo post di congratulazioni - e questa sua origine, insieme con il legame che ha con i vescovi Usa, può aiutare a rovesciare il trend decrescente delle donazioni dei fedeli americani.

La commissione per le donazioni istituita da Francesco 

Anche Francesco ne era consapevole, tanto da aver varato lo scorso febbraio, già malato, la Commissio de donationibus pro Sancta Sede, una commissione permanente dedicata alla raccolta di donazioni e offerte per la Sede Apostolica.

Il polmone finanziario d’Oltreoceano si è assottigliato negli anni, sia per una certa opposizione del fronte più conservatore a Papa Bergoglio, sia per la concorrenza delle altre confessioni cristiane molto attive nel proselitismo. Dagli Stati Uniti tradizionalmente arriva la quota più rilevante dei versamenti all’Obolo di San Pietro, la colletta diretta al Papa che si tiene ogni anno il 29 giugno. Nel 2023 ha raccolto quasi 50 milioni, ma anch’essa è in frenata. È il fronte caldo da presidiare.

La maxi-donazione dagli Usa

Secondo alcune indiscrezioni, per ingraziarsi il Vaticano addirittura Trump avrebbe fatto una donazione di 14 milioni di dollari nei giorni del funerale di Francesco. Ma non ci sono conferme di questa notizia circolata su alcuni siti cattolici Usa. È invece ufficiale - in quanto resa nota da Vatican News il 2 maggio - la maxi-donazione da 14 milioni di dollari disposta dalla Papal Foundation, organizzazione caritativa americana che sostiene le iniziative del Papa nei Paesi in via di sviluppo: 10 milioni di dollari in sovvenzioni per progetti di soccorso identificati dal Vaticano e altri 4 milioni per l’assistenza umanitaria urgente.

«Questi investimenti sono al cuore della nostra missione di portare l’amore di Cristo ai più bisognosi», ha dichiarato Ward Fitzgerald III, numero uno della Fondazione Pontificia, del cui cda il cardinale Timothy Dolan, arcivescovo di New York, è stato nominato presidente. Dolan è considerato un grande elettore di Prevost nonché un formidabile collettore di finanziamenti. E l’attivismo della Papal Foundation lo dimostra.

Capitali freschi dall’America (del Nord ma anche del Sud, data la lunga attività pastorale di Prevost in Perù) potrebbero dare fiato alle casse vaticane, da anni in grande affanno. Ma il mondo Maga, più vicino a Trump e a JD Vance, il vicepresidente pubblicamente criticato su X dall’allora cardinale Prevost, potrebbe rivelarsi tuttavia riluttante a finanziare un pontefice considerato ancora troppo «progressista».

Come nasce il buco

Ma come si crea il «buco» nel bilancio? Quali sono le attività del Vaticano che determinano entrate, e come viene speso il denaro? Vediamo le carte. Il 2023 ha registrato 1.152,1 milioni di entrate a fronte di spese operative per 1.235,6 milioni. La differenza è pesante: 83,5 milioni di deficit operativo. Fin qui le cifre erano più o meno note. Lo sbilancio si è aggravato rispetto al 2022 di 5,5 milioni. Ma come si è arrivati a tutto ciò non era mai emerso nel dettaglio, fino ad ora.

Il miglioramento dei ricavi, spiega la Segreteria per l’Economia guidata dal prefetto Maximino Caballero Ledo - riconfermato venerdì 9 da Leone XIV alla guida del ministero dell’Economia al pari di tutti gli altri vertici della Curia, almeno temporaneamente -, è effetto di una gestione più efficiente, che tuttavia non è riuscita a compensare l’incremento delle spese causate dalla corsa dell’inflazione.

In più, nel corso del 2023 sono mancati introiti straordinari come quello da ben 114,7 milioni del 2022 grazie anche alla vendita di beni immobili del Fondo Obolo. L’ultima riga di bilancio per il Vaticano mostra così a livello contabile un deficit di 51,2 milioni rispetto al surplus di 52,5 milioni del 2022 determinato appunto da quella posta straordinaria.

L’aiuto venuto dai mercati

A sostenere il Vaticano ci pensa la borsa. La gestione finanziaria dei titoli ha reso 46,2 milioni, molto più dei 29,4 milioni del 2022: «Il buon andamento dei mercati ha consentito di mitigare il deficit strutturale ma non è sufficiente a compensare le perdite», è scritto nella presentazione dei conti. Ma in Vaticano stanno migliorando anche la gestione dei beni di proprietà: i ricavi dagli affitti dell’Apsa sono aumentati dell’8% grazie all’aumento dei canoni e degli immobili locati. E ben il 14% in più hanno fruttato le attività commerciali, specialmente quelle della Fabbrica di San Pietro, come le librerie e i punti di ristoro.

La zavorra dei due ospedali vaticani

Un miliardo e passa di entrate e altrettanti di uscite possono sembrare una cifra enorme per il più piccolo Stato del mondo. Ma in questi conti rientrano anche i due ospedali della Santa Sede: il Bambino Gesù, che gode anche di extraterritorialità, e il Fatebenefratelli-Isola Tiberina, salvato a fine 2022 anche grazie alla Fondazione Leonardo Del Vecchio che ha donato 75 milioni (e una cifra simile l'ha messa l’Apsa). Insieme rappresentano ben due terzi dei ricavi del Vaticano. Ma anche anche quasi metà del rosso.

Scorporandoli dal consolidato, il buco del Vaticano si riduce a 46,5 milioni, pari all’11% dei ricavi (437,9 milioni). E da questo bilancio ridotto emerge una sorpresa: i conti vanno meglio rispetto all’anno passato, per ben 5,9 milioni. Insomma, è la sanità a pesare nei consolidato.

Chi tappa il buco

Il deficit strutturale di 70 milioni viene ogni anno colmato con operazioni straordinarie, come appunto la cessione di qualche immobile o attingendo al fondo Obolo, il tesoretto costruito negli anni di vacche grasse quando le donazioni abbondavano e la gestione non era fallimentare come invece avvenuto negli anni dei «mercanti nel tempio»: lo scandalo dell’investimento nel palazzo di Londra in Sloane Avenue ha procurato perdite per 130-180 milioni, secondo i calcoli del promotore di giustizia nel processo a carico del cardinale Angelo Giovanni Becciu e dei finanzieri cui la Segreteria di Stato si era appoggiata, come Raffaele Mincione e Gianluigi Torzi. Una cifra enorme se si pensa che la macchina della Curia costa ogni anno poco meno di mezzo miliardo.

Chi porta i soldi a casa

Se non si considerano gli ospedali, la prima fonte di entrate del Vaticano sono naturalmente le donazioni: 217,6 milioni di euro nel 2023, -5,5 milioni in un anno. Una voce in «costante declino», sottolinea la Spe. Non c’è solo l’Obolo di San Pietro, che nel 2023 ha portato nelle casse del Papa circa 50 milioni, ma anche le «donazioni dedicate» e 22,8 milioni arrivati dalle diocesi.

Oltre 101 milioni (+7,9 milioni) arrivano invece dalla migliorata gestione dell’immenso patrimonio di real estate affidato all’Apsa, circa 5 mila immobili. La terza voce di ricavi per importanza è appunto la finanza: 45,8 milioni grazie agli investimenti dell’Apsa e dello Ior, la banca del Vaticano.

Tagliati anche gli aiuti

È naturalmente il personale il costo più pesante per il Vaticano: 167,5 milioni per i dipendenti (quelli laici sono oltre 4 mila), in aumento di 9,5 milioni. Poi ci sono le spese amministrative: qui ci potrebbe essere tanto da tagliare, dato che la voce più grande è quella indicata come «altro»: ben 45,8 milioni su 174,4 milioni complessivi. Nel calderone dovrebbero esserci anche le spese per il maxi-processo sul palazzo di Londra, comprese le parcelle degli avvocati.

Per questo Francesco aveva imposto una spending review che ha costretto la Spe a rivedere il bilancio preventivo 2025, dopo l’ennesimo rosso del 2024 che dovrebbe aggirarsi sui 70 milioni, anche se era stato stimato in 87 milioni.

Dove sta tagliando il Vaticano? Ovunque, comprese donazioni e contributi concessi, appunto. Ma sarebbe ingeneroso dire che la Chiesa lesina sugli aiuti: ben 370 milioni, cioè l’83% delle entrate, sono usati per la missione apostolica, in particolare al sostegno delle Chiese in difficoltà nel mondo (144,1 milioni), all’evangelizzazione (48,4 milioni) e alla comunicazione del messaggio della Santa Sede (44,8), mentre con 37 milioni vengono mantenute le nunziature apostoliche nel mondo e 32 vanno alla carità.

Da questi numeri dovrà ripartire Leone XIV. Perché se è vero che «senza soldi non si cantano messe», figuriamoci se si può tenere in piedi l’immensa macchina della Santa Sede. (riproduzione riservata)



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