«I negoziati tra Stati Uniti e Unione europea sui dazi stanno andando avanti e alla fine si arriverà a una soluzione ragionevole». Ne è convinto il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, che intervistato al Festival dell’Economia di Trento, si dice ottimista sul raggiungimento di un accordo.
I colloqui tra Stati Uniti e Unione europea stanno avanzando «faticosamente» ma «immagino che, alla fine, l’interesse comune sia trovare un compromesso». Per il titolare del Mef «una ritirata totale delle posizioni statunitensi è improbabile», tuttavia «rispetto agli annunci di partenza credo che alla fine si troverà una soluzione ragionevole», ha sottolineato Giorgetti, precisando ancora una volta che è di competenza europea trattare sui dazi: «Sarà l’Europa a siglare un eventuale accordo, ma per ragioni di relazioni umane l’Italia ha la capacità di smussare angoli e creare ponti».
In merito agli effetti diretti dei dazi sull’economia, Giorgetti ha messo un po’ le mani avanti: «Non sono un mago e credo che chiunque faccia previsioni sulle conseguenze dirette dei dazi faccia esercizi inutili». Detto questo, il ministro ritiene che tra le conseguenze immediate dei dazi ci sia «prima di tutto un rinvio delle decisioni di investimento da parte delle imprese» e, in secondo luogo, un aumento della propensione al risparmio dei consumatori «indotto dall’incertezza e dalla paura».
Invece, in termini di prospettiva «l’economia italiana ha delle peculiarità: abbiamo imprenditori piccoli e medi con una capacità di resilienza pazzesca, sono convinto che un ammontare dei dazi limitato sia gestibile da parte loro. Chiaramente abbiamo alcuni settori come quello farmaceutico che potrebbero pagare un prezzo significativo e su questo dobbiamo essere molto vigili», ha puntualizzato.
Sulle spese Nato per la difesa il ministro ha rivendicato che l’Italia è già «leggermente» sopra al 2% del pil. «La Nato ha delle regole e c'è un manuale per calcolare cosa rientra nelle spese Nato e cosa no. Noi siamo leggermente sopra il 2%». Per Giorgetti «prima bisogna individuare le necessità e decidere quali sono i sistemi d’arma che devono essere acquistati e poi capire qual è il livello di spesa che ogni Paese dovrà affrontare per aderirvi».
Sicuramente «l’Italia ci sarà, prima dobbiamo chiarire qual è il concetto di difesa e cosa è compreso nella spesa militare. L’Italia farà la propria parte, tenendo conto che è molto difficile aumentare le spese della difesa e tagliare le spese sociali, quindi dobbiamo trovare strumenti alternativi che permettano di ovviare a questo che sarebbe un tragico trade off», ha concluso il ministro. (riproduzione riservata)