Il 6 e 7 maggio si riunisce il comitato monetario della Federal Reserve e si attendono le conclusioni della seduta per verificare, anche attraverso la rituale conferenza stampa del presidente, quale sarà la risposta che Jerome Powell darà, con la decisione sui tassi di riferimento, a quelli che con un eufemismo possiamo chiamare gli inviti di Donald Trump a un deciso allentamento monetario.
Inutile dire che, come sempre accade, le decisioni della Fed in qualche modo influenzano le altre banche centrali o in ogni caso sono fatte oggetto, da parte di queste, di attenta considerazione, al limite pure per differenziarsi. Dopo le dure dichiarazioni iniziali contro Powell e l’esplicita minaccia di destituzione, il tycoon è passato, verosimilmente per impulso del Segretario al Tesoro Scott Bessent, che proviene dal mondo finanziario, a toni meno duri anche perché ha capito che la legge e la stessa Corte Suprema sono dalla parte di Powell, il cui mandato, che termina nel 2026, non può essere troncato con un’arbitraria destituzione.
Nel primo trimestre di quest’anno gli Usa presentano un pil negativo del -0,3% essenzialmente dovuto all'aumento delle importazioni, a sua volta causato dalla decisione di sfruttare il periodo di sospensione dei dazi anche per la costituzione di riserve. I giudizi che Trump dà sull’economia, agendo su una comunicazione spesso slegata dalla effettiva realtà, sono sempre di alto livello.
Comunque ad aprile si sono effettivamente registrati 177 mila nuovi occupati, più del consensus di 130 mila, mentre è rimasto stabile il tasso di disoccupazione. Le scelte delle precedenti riunioni di non procedere a un taglio dei tassi, oggi fissati tra il 4,25 e il 4,50%, come Trump avrebbe voluto, muovono dal contrasto tra i due pilastri del doppio mandato: la tutela della stabilità monetaria e il sostegno all’occupazione in un contesto di grande incertezza, mentre incombono le conseguenze possibili dell’introduzione dei dazi, si aggravano i problemi geopolitici e, prima ancora, si riscontrano gli impatti delle guerre in corso, a cominciare da quelle in Ucraina e in Palestina.
I conflitti geopolitici e il protezionismo, ha detto ieri il governatore Fabio Panetta, rischiano di vanificare decenni di sviluppo economico e sociale. C'è allora da chiedersi se, visto il calo del pil, sempreché lo si interpreti non come un evento tra parentesi, si possa ancora parlare di priorità da assegnare alla stabilità monetaria (e a quella, correlata, finanziaria) facendo passare in secondo piano il sostegno all'occupazione, che però già registra il miglioramento segnalato, e all'economia. Le decisioni di Powell e la risposta che con i fatti darà a Trump in un modo o nell'altro dovranno essere rigorose e difficilmente contestabili. Vi è l’autonomia della Fed da difendere con determinazione, ma essa si fonda su analisi, comportamenti e decisioni che devono essere di grande rigore ed efficacia.
A maggior ragione ciò è necessario se si è in presenza di un indirizzo, come quello americano, politico ed economico che abbandona il multilateralismo per il protezionismo e sembra considerare un ostacolo da eliminare i cosiddetti «contrappesi» istituzionali, dei quali una banca centrale fa naturalmente parte.
Da questo punto di vista si può dire che la difesa dell’autonomia istituzionale e funzionale della Fed è la difesa dell'autonomia in generale delle banche centrali, pur con le loro diversità normative e dei comportamenti. Per questi motivi la riunione in questione si differenzia dalle altre. Finora i mercati hanno apprezzato la saldezza di Powell e le sfuriate del tycoon si sono riflesse sullo stesso, ma hanno toccato anche risparmiatori e investitori.
È importante che continuino a parlare i dati e la competenza tecnico-scientifica. Ciò ovviamente non significa che i tassi non vadano tagliati, se ricorrono le condizioni, perché Trump li chiede. Questi farebbe molto bene ad astenersi da tali sollecitazioni, ma non si potrebbe arrivare all’opposto di dare un seguito negativo a ogni sua richiesta anche se fondata. (riproduzione riservata)