Credo che nessuno sappia chi fosse Leland Stanford, grande imprenditore delle ferrovie alla fine dell’Ottocento. Ma tutti conoscono l’università di Stanford in quanto una delle migliori del mondo. Ebbene, Leland Stanford fondò questa istituzione culturale che ha svettato rapidamente, imponendosi come punto di riferimento in tulle le materie, scientifiche e no.
Lo stesso vale per l’università di Chicago, che pochi sanno debba i suoi natali nientemeno che a John Rockefeller, barone del petrolio. Più facile invece è individuare la paternità dell’università Carnegie-Mellon, star assoluta nella ricerca scientifica in quanto nata nel 1967 dalla fusione di due istituti di istruzione, a loro volta fondati da Andrew Carnegie, il mago della finanza americana, e Andrew Mellon, banchiere tipica espressione della élite wasp. Mi fermo qui anche se l’elenco potrebbe continuare.
Perché la domanda che sorge spontanea è come mai in Italia, e in molti altri Paesi europei, non si sia manifestata una comparabile propensione alla liberalità da parte dei magnati dell’industria e della finanza. Con la notevole eccezione ovviamente della università Bocconi, fondata dall’imprenditore Ferdinando Bocconi in memoria del figlio Luigi, caduto ad Adua. Una istituzione che è riuscita benissimo, scalando nel business la graduatoria delle grandi università dell’Occidente. Allora quale è la risposta? È filosofica e antropologica.
Nell’Ottocento i lavori di Herbert Spencer esercitarono un’enorme influenza nella cultura americana. Al centro del suo pensiero regnava l’idea che la società fosse il luogo in cui gli individui dovessero essere lasciati liberi di competere fra di loro, affinché emergessero i migliori, in una vaga reminiscenza del darwinismo.
Quanto al ruolo dello Stato esso era minimo, essendo considerato un male necessario. Veniamo all’antropologia.
L’individualismo protestante ha talmente permeato la mente degli americani, da fare sì che essi interiorizzassero la repulsione verso qualsiasi dimensione dinastico-aristocratica.
Oggi il testimone più eloquente di questa mentalità è Bill Gates, il quale ispirandosi a Andrew Carnegie ha detto chiaramente che ai suoi figli lascerà certo qualcosa, ma il grosso andrà in beneficenza.
Perché tanta durezza? Semplice: l’idea è che la società, che ha permesso l’emersione di talenti titanici, debba essere ricompensata.
In Italia prevale invece una radicale differenza filosofica e antropologica. Innanzitutto il liberalismo italiano è statalista: rigetta le regole imposte al mercato quando sono sgradite.
Ma non esita a mettere le mani nelle tasche dello Stato quando possibile o necessario. In secondo luogo, l’antropologia, che molto deve al cattolicesimo, è decisamente comunitaria. È radicalmente anti-individualista, è invece favorevole alla famiglia e alla dinastia.
Non è necessario che suggerisca al lettore il nome di queste dinastie che avrebbero potuto seguire il solitario esempio di Ferdinando Bocconi: tutti le conosciamo. Non è accaduto e la formazione superiore è, per la quasi totalità, lasciata sulle spalle dello Stato.
Bisognerebbe quindi essere un po' più grati agli sforzi erculei che compiono le nostre università pubbliche, senza il supporto di nessun grande donatore privato, per soddisfare le esigenze di un mercato delle idee e dell’istruzione sempre più competitivo. Ci sarebbe poi molto da dire su quelle caricature di università private che sono spuntate come funghi costringendo le università pubbliche a resistere a una concorrenza sleale al ribasso. Ma sarà per una prossima volta. (riproduzione riservata)
*Professore alla facoltà di Giurisprudenza di Firenze