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Andrea Orcel, ceo, e Pier Carlo Padoan, presidente Unicredit
Andrea Orcel, ceo, e Pier Carlo Padoan, presidente Unicredit
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Unicredit, quel precedente del 1999 dei cda convocati di domenica per le opa bancarie. E il ruolo (oggi assente) della Vigilanza

di Angelo De Mattia
02 febbraio 2024, 20:22 Ultimo aggiornamento: 20:47

Il cda di Unicredit si riunisce domenica 4 per approvare i conti del 2023. Nessuna sopresa, o il momento giusto per parlare di m&a? | VIDEO Risiko bancario, ecco come la vede il leader della Fabi, Lando Maria Sileoni

In un contesto nel quale si discute di inflazione, politica monetaria, liquidità e depositi, ma anche - per merito del presidente di Consob, Paolo Savona - di cripto asset e di intelligenza artificiale generativa, l’aver fissato da parte di Unicredit la riunione del consiglio di amministrazione sui conti per domenica 4 febbraio ha riportato alla mente altre riunioni di cui lo stesso Unicredit fu uno (l’altro era il San Paolo) dei protagonisti, indette per un fine settimana del 1999.

I precedenti delle due opa del ’99 di Unicredit su Comit e San Paolo su Banca di Roma

Ai tempi furono progettate nei rispettivi consigli due opa, nell’ordine, da parte di Unicredit su Comit e dell’istituto bancario San Paolo di Torino su Banca di Roma-Capitalia. Ancora oggi si parla a sproposito di un presunto ruolo dirigistico che avrebbe avuto al riguardo la Vigilanza. La potenza di una versione infondata in questo senso, favorita dall’appoggio di gruppi finanziari che attendevano un avvio delle concentrazioni per guadagni di borsa, è riuscita ad affossare la conoscenza dei veri motivi alla base dell’intervento della Banca d’Italia.

In effetti, quelle offerte, in particolare quella del San Paolo, venivano dichiarate amichevoli, comunque non ostili, mentre l’istituto-target affermava che non aveva prestato il proprio consenso e, dunque, l’operazione non era amichevole. In più, si faceva rilevare che era mancata l’informazione preventiva alla Vigilanza, come previsto da una delibera del comitato interministeriale per il credito e il risparmio, motivata dall’intento di evitare che un’operazione promossa e approvata in via definitiva dall’organo competente non avesse poi l’autorizzazione prescritta della Banca d’Italia, con pesanti conseguenze sul mercato. Del resto, anche oggi la Bce chiede di essere informata preventivamente su progetti di particolare rilevanza quale, appunto, un’ipotesi di aggregazione.

Decisivo, però, fu l’atteggiamento contrario delle banche che si intendeva aggregare. Banca d’Italia, a quel punto, fece presente che si sarebbe dovuta deliberare non un’opa consensuale, ma - come fatto presente dagli istituti aggregandi - un’opa ostile: solo allora la Vigilanza avrebbe potuto esaminare le operazioni ai fini del rilascio dell’autorizzazione. Dopodiché i consigli degli istituti decisero di non incamminarsi sulla strada della non consensualità e abbandonarono le iniziative che erano state precedute dalla mobilitazione di esponenti interessati, come l’incontro richiesto da Gianni Agnelli all’allora presidente del Consiglio Massimo D’Alema.

Domenica sorpresa opa o sorpresa utili? 

Ancor oggi è purtroppo difficile far passare l’elementare verità sulla posizione della Banca d’Italia. Ma secondo alcuni, la seduta del consiglio del 4 febbraio non dovrebbe riservare sorprese di questo tipo, semmai sorprese potranno riguardare i conti che potrebbero risultare anche migliori di quanto già si conosce, con utili, come alcuni profetizzano, superiori agli otto miliardi. Tuttavia, poiché Unicredit ha una dote - come viene definita - di capitale in eccesso per 12 miliardi, si continua a ritenere che un’operazione di aggregazione potrebbe essere non lontana.

Prima, tra gli osservatori, ci si è concentrati all’interno, poi è parso di capire che Unicredit si rivolgesse all’estero, ma non sono venuti segnali univoci in tal senso. Anzi, improvvisamente, si è pensato proprio all’Istituto in questione quando si è sospettato che un grande intermediario finanziario internazionale acquistasse titoli della Popolare di Sondrio per suo conto, addirittura fino al 10%. Ma poi sono sopravvenute smentite sia dell’interesse all’operazione sia dell’importo anzidetto.

D’altro canto, la Popolare, trasformata in spa, gode della posizione di Unipol che ne detiene il 20% circa, ha con essa importanti sinergie, ne ha osservato un rigoroso rispetto, in specie, dei caratteri e delle tradizioni, per cui un’eventuale operazione dovrebbe vedere in primo piano l’impresa assicurativa anche per la derivazione dallo stesso ceppo cooperativistico, innanzitutto in un’azione eventuale di difesa. Una situazione similare si era verificata in precedenza nei confronti di Banco Bpm. Pure in questo caso, voci su possibili offerte per un’aggregazione a opera di Unicredit, quindi smentita, poi silenzio.

Con quei 12 miliardi, Unicredit cerca un m&a?

È noto quel che, prima ancora, era successo a proposito del Montepaschi con la rinuncia di Unicredit all’operazione in zona Cesarini. Questo essendo il panorama, dovrebbe essere scontato che in questi mesi qualche significativa novità nel campo delle concentrazioni si dovrà verificare a opera del predetto istituto, avendo come amministratore delegato un fuoriclasse, qual è Andrea Orcel, con una vasta esperienza e una specializzazione, tra l’altro, proprio nel campo internazionale del m&a.

Dopo la gestione non esaltante di Jean Pierre Mustier, caratterizzata anche per le vendite di asset importanti - operazioni facili per imbellettare l’immagine della banca - Orcel ha avviato una revisione e un rilancio, anche con il favore degli effetti della politica monetaria sui tassi bancari, operazioni che sono seguite con molta attenzione. Ma non si può a lungo stare in surplace, a meno che non sia chiara la strategia che non risulti meramente attendista.

Ovviamente, non si deve perseguire un’aggregazione solo per l’immagine. Fondamentale è che con essa si possa meglio corrispondere alle ragion d’essere di un istituto di credito, migliorare la tutela del risparmio, sostenere in maniera più efficiente famiglie e imprese, creare valore per gli azionisti.

Qualcuno accenna a una possibile ripresa d’interesse per il Montepaschi, ora che il Monte produce utili e presenta un profilo in netta ascesa. Se ciò avesse fondamento, significherebbe che Orcel non potrebbe fare un «bis in idem». Questa volta l’operazione dovrebbe andare a buon fine, ma a quali condizioni e in qual modo salvaguardando l’identità della più antica banca del mondo? Sarebbe tutto da verificare sin dai primi passi, per evitare una nuova, alla fine inconcludente, trattativa con il Tesoro. In ogni caso, i presupposti per un ritorno di fiamma sussisterebbero.

Orcel e Padoan verso la riconferma

Si dovrebbe escludere, però, che la seduta del consiglio di domenica possa partorire anche indirizzi o qualcosa di più ravvicinato nel campo delle aggregazioni, anche se sorprese potrebbero pur sempre manifestarsi, data l’importanza di questo argomento nel complesso delle strategie della banca. E ciò a maggior ragione, data la scadenza quest’anno del mandato di Orcel e del presidente Pier Carlo Padoan. Entrambi dovrebbero essere confermati per un nuovo triennio, sulla base di un giudizio positivo sul loro operato. Ma proprio la conferma dell’investitura è l’occasione programmatica per affrontare, nel board che in parte potrebbe essere rinnovato, un tema come quello in questione.

È scontato, d’altro canto, che eventuali progetti di aggregazione sarebbero portati a conoscenza della Bce e della Banca d’Italia, come della Consob. Di qui, si ritorna al consueto punctum dolens: la mancanza di indirizzi chiari e sollecitazioni doverose da parte della Vigilanza bancaria per riorganizzazione e consolidamento nel settore, indirizzi che non integrerebbero affatto un comportamento dirigistico. L’evocazione di questo rischio può avere solo l’effetto di motivare l’inerzia. (riproduzione riservata)



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