Il documento che potrebbe ribaltare le sorti del risiko bancario è un articolato di 12 pagine che riporta all’esordio la stampigliatura della presidenza del consiglio. Si tratta del Dpcm emesso venerdì 18 dopo l’istruttoria Golden Power sull’operazione Unicredit-Banco Bpm. MF-Milano Finanza ha potuto consultare il provvedimento che in questi giorni è al vaglio non solo dei vertici delle due banche, ma anche di Bce e di Bankitalia.
Il documento esordisce ricordando tutte le tappe dell’istruttoria, a partire dalle audizioni dei due istituti (il 20 marzo per Unicredit e il 7 aprile per Piazza Meda), della Banca d’Italia, della Consob, dell'Antitrust, di Confindustria e di Confartigianato. Seguono una serie di considerazioni sui due gruppi coinvolti nell’operazione. Unicredit «è una public company non soggetta ad alcun controllo da parte di investitori terzi. Gli unici azionisti che detengono una quota del capitale superiore al 3% sono: il gruppo statunitense BlackRock che detiene il 7,3%, il fondo di investimento statunitense Capital Research che ha il 5,16% e il gestore di fondi statunitense Fidelity che detiene il 3,102%».
Il provvedimento entra nel merito anche delle strategie di Unicredit. La banca «applica in Italia un rapporto depositi/impieghi sensibilmente più basso rispetto a quello praticato da Banco Bpm. L’ammontare di impieghi bancari destinati da Unicredit al mercato italiano si è ridotto negli ultimi cinque anni». Piazza Gae Aulenti, si puntualizza poi, «concentrerebbe il proprio supporto creditizio in favore di grandi imprese, istituzioni finanziarie ed enti in luogo di famiglie e pmi».
Il documento affronta anche il tema della presenza dell’istituto a Mosca: «pur tenendo conto della riduzione dell'esposizione di Unicredit nei confronti di controparti russe intercorsa in questi anni, il ministero dell’Economia ritiene che il rischio individuato imponga l’adozione di misure rigorose e prudenti per evitare anche il solo minimo rischio che il risparmio raccolto da Banco Bpm sia coinvolto direttamente o indirettamente in operazioni a vantaggio del sistema economico e finanziario russo.
Quanto al Banco, il documento precisa che, per le soglie di fatturato e dipendenti raggiunte, l’istituto «rientra tra le imprese che detengono beni e rapporti di rilevanza strategica» e che controlla «Anima Holding e detiene partecipazioni rilevanti in Numia Holding (la società di pagamenti partecipata anche da Fsi e da Iccrea, ndr)». Alla luce di tutte queste considerazioni il Mef «ha ritenuto che dall’operazione notificata residuino rischi concreti per la sicurezza nazionale» e che «la minaccia di grave pregiudizio per l’interesse nazionale sia adeguatamente mitigabile attraverso l’esercizio dei poteri speciali».
Quattro le prescrizioni messe nero su bianco: non ridurre per un periodo di cinque anni il rapporto impieghi/depositi praticato da Banco Bpm e Unicredit in Italia, con l’obiettivo di incrementare gli impieghi verso famiglie e pmi nazionali; non ridurre il livello del portafoglio attuale di project finance di Banco Bpm e Unicredit in Italia; non ridurre per un periodo di almeno cinque anni il peso attuale degli investimenti di Anima in titoli di emittenti italiani e supportare lo sviluppo della società; cessare tutte le attività in Russia (raccolta, impieghi, collocamento fondi prestiti transfrontalieri) entro nove mesi.
Con una postilla che suona come un segnale di apertura: «nel caso in cui non sia possibile rispettare una o più delle prescrizioni sopra elencate, inviare immediata informativa all'amministrazione competente del monitoraggio, comunicando i motivi che rendono impossibile l'adempimento delle prescrizioni».
Per le sanzioni si fa riferimento a norme precedenti: in caso di inadempimento o violazione delle prescrizioni, Unicredit rischia una multa di importo compreso tra l’1% del fatturato cumulato realizzato dalle due banche nell'ultimo esercizio per il quale sia stato approvato il bilancio (circa 300 milioni) e il doppio del valore dell'operazione (20 miliardi). (riproduzione riservata)