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Unicredit, ecco perché nel 2023 è saltata la fusione tra Deutsche Bank e Commerzbank e perché oggi un deal sarebbe in salita

11 ottobre 2024, 20:00

Il primo istituto tedesco studia un intervento su Commerz per sbarrare la strada a Unicredit. Ma solo un anno fa il tentativo è andato a vuoto per il livello dei tassi e l’alto fabbisogno di capitale  

I tassi di interesse sono stati un grande alleato delle banche europee negli ultimi due anni, regalando agli istituti una pioggia di utili e dividendi. Ma sono stati anche un ostacolo per i gruppi che accarezzavano l’idea di espandersi senza una robusta riserva di capitale alle spalle.

Dopo il blitz che ha portato Unicredit al 21% potenziale di Commerzbank, nel mercato tedesco sono tornati a circolare i rumors su un potenziale di interesse di Deutsche Bank per il suo storico competitor. La banca guidata da Christian Sewing avrebbe anche affidato a Morgan Stanley l’incarico di studiare il dossier e proporre eventuali mosse.

Le chance di Deutsche Bank

Gli analisti non danno molte chance a una discesa in campo: in un recente sondaggio fatto da Citi tra gli investitori, solo il 23% dei partecipanti ha dichiarato di aspettarsi un accordo tra Deutsche e Commerz. Lo stesso cfo del gruppo di Francoforte ha usato toni molti cauti su uno scenario di m&a: «esiste una logica per le operazioni di m&a bancarie al momento giusto, ma Deutsche Bank deve ancora lavorare prima di potersi muovere in questa direzione».

In ogni caso non è la prima volta che la banca guidata da Sewing mette nel radar il suo storico competitor. Meno di un anno fa, alla fine del 2023, le due banche avrebbero riaperto le discussioni dopo il flop del 2019. La volontà del governo tedesco di uscire dal capitale di Commerz e l’ambizione di Deutsche Bank di crescere sul mercato domestico deponevano a favore di un accordo, complici anche le mire di Unicredit e Bnp Paribas sulla stessa Commerz. Come cinque anni prima però qualcosa è andato storto.

Secondo quanto ricostruito da MF-Milano Finanza, il principale ostacolo incontrato da Sewing sarebbe stato la valutazione del potenziale partner con il processo della purchase price allocation. In base alle norme contabili internazionali, nell’ambito di un’operazione di m&a tra banche le attività e le passività della società acquisita devono essere valutate ai prezzi di mercato ovvero al cosiddetto fair value. Il processo può influire in misura consistente sul bilancio finale.

Badwill o goodwill

Se una banca viene comprata per un valore inferiore a quello delle sue attività, come avvenuto spesso in passato in Europa, l'acquirente beneficia di un guadagno contabile noto come avviamento negativo (badwill) e destinato a diventare patrimonio. Acquisendo Ubi Banca per esempio nel 2020 Intesa Sanpaolo portò a casa un badwill di quattro miliardi, mentre per l’operazione Credit Agricole-Credito Valtellinese la cifra si aggirava attorno al miliardo di euro. Nel caso del salvataggio di Credit Suisse da parte di Ubs l’anno scorso il guadagno dichiarato ha raggiunto la cifra monster di 32 miliardi di euro.

Questi guadagni però possono svanire del tutto se i valori delle attività della banca target diminuiscono, facendo così emergere un deficit di capitale invece che un rafforzamento. Il forte aumento dei tassi degli ultimi due anni è andato proprio in questa direzione: la stretta della Bce ha ridotto il valore degli asset bancari, sia nell’ambito dei titoli finanziari (a partire dal debito pubblico acquistato) che in quello dei prestiti.

I problemi nel m&a

Diverse operazioni di m&a sono entrate in difficoltà proprio per questa ragione. Ecco un esempio: nel giugno del 2021, quando i tassi Bce erano ancora a zero, il private equity Cerberus decise di acquistare la rete bancaria al dettaglio francese di Hsbc. Lo scorso anno però l’operazione ha rischiato di saltare perché, a causa di aumenti «significativi e inaspettati dei tassi, il trattamento contabile del fair value correlato all'acquisizione avrebbe fatto aumentare significativamente la quantità di capitale richiesta».

In un contesto come quello descritto un ambito particolarmente penalizzato per gli istituti tedeschi è stato quello delle esposizioni al settore immobiliare commerciale, monitorato da vicino anche dalla Vigilanza. In caso di m&a insomma il mark to market dell’attivo di Commerzbank rischiava di far emergere un deficit di capitale nell’entità combinata alla quale la Vigilanza avrebbe quasi certamente richiesto requisiti patrimoniali superiori rispetto a quelli dei due partner.

Le possibili strategie

Per fronteggiare questo fabbisogno le strade percorribili sarebbero state solo un paio: o la richiesta di uno sconto patrimoniale da parte della Bce nella forma di un waiver oppure un robusto aumento di capitale sostenuto in larga parte dagli attuali soci della banca maggiore, cioè appunto Deutsche Bank. Fare previsioni puntuali è difficile per gli analisti ma già nel 2019, dunque molto prima del rialzo dei tassi, circolavano sul mercato stime di un aumento di capitale fino a 10 miliardi per la nuova Deutsche-Commerz. Vero è che nel frattempo la posizione patrimoniale di Deutsche Bank è migliorata ma l’istituto resta ancora al di sotto di diversi competitor europei, a partire da Unicredit che oggi ha un eccesso di patrimoniale di circa 10 miliardi di euro. In aggiunta il gruppo di Sewing sconta alcuni ritardi sulla redditività e sull’efficienza che, secondo diversi esperti, potrebbero non farne il partner ideale per una banca come Commerz.

Cosa succederà quindi a Francoforte?

Un fattore decisivo sarà la strategia del governo tedesco che nelle scorse settimane non ha nascosto la propria contrarietà a un rafforzamento di Unicredit in Germania. Se Berlino non cambiasse rotta e anzi scegliesse una linea interventista, una discesa in campo di Deutsche Bank potrebbe avere buone probabilità di verificarsi. Ammesso che la banca di Sewing sia certa di trovare il capitale indispensabile per condurre in porto l’operazione. Una condizione necessaria ma non scontata, soprattutto dopo il flop dell’anno scorso. (riproduzione riservata)



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