Il mondo ha fatto un passo in più verso una vera e propria guerra commerciale nel momento in cui il presidente Usa Donald Trump ha imposto dazi per 50 miliardi di dollari sugli import cinesi e la Cina ha comunicato che introdurrà contrimisure equivalenti. Trump ha sua volta a rilanciato che è pronto ad arrivare a dazi per 100 miliardi di dollari verso i beni cinesi se la Cina risponderà. E' lo stesso copione che si è visto nei rapporti con l'Europa. Quando gli Usa hanno imposto dazi su acciaio e alluminio e l'Europa ha risposto con misure equivalenti, Trump ha alzato la posta minacciando dazi contro l'import di auto, tema su cui è molto sensibile la Germania. Nonostante i toni si siano alzati i mercati per ora non sembrano troppo preoccupati e sono stati più focalizzati verso le mosse delle Banche Centrali. Eppure secondo il capo economista di Unicredit i motivi per cui preoccuparsi ci sono.
Nielsen ricorda che i ricercatori della Bce hanno stimato che se i gli Stati Uniti imponessero dazi del 10% su tutte le loro importazioni e se i partmer commerciali rispondessero con misure di uguale valore (solo contro l'import Usa), ossia con dazi sempre del 10%, allora la crescita del pil Usa subirebbe una decurtazione del 2,5% e gli Stati Uniti entrerebbero in recessione in 18-24 mesi. Il trend di crescita globale si rudurrebbe dall'attuale 4% a meno del 3%, anche in questo caso la recessione sarebbe vicina. Lavori condotti dall'Ocse hanno dato risultati simili, stimando l'effetto di misure protezionistiche sulll'economia globale.
"Quindi si tratta di un tema serio, ma i mercati non se ne stanno preoccupando troppo e sembrano più focalizzati sui dati macro attuali, come se volessero ignorare le minacce di Trump", avverte Nielsen. Questo emerge anche andando a vedere come si sono comportati gli indici di borsa finora. Dal picco dell'S&P 500 di gennaio, quando le idee protezionistiche di Trump hanno iniziato a diventare azioni, la parte dell'indice composta da società esposte all'economia Usa (quelle che in teoria dovrebbero beneficiare delle misure protezionistiche) è scesa del 6,2%, mentre le azioni più esposte all'export (che rappresentano circa il 50% del paniere dell'indice) hanno perso solo il 2,7%. Nel caso dell'Msci world index quelle più esposte alla Cina hanno perso lo 0,5%, mentre quelle esposte ai mercati sviluppati hanno perso il 5,5%.
"Questo andamento è in linea con i dati che abbiamo visto nel primo trimestre 2018, ossia una crescita globale forte, mentre non riflettono i dati di indebolimento visti in Germania e Francia. Certo la domanda domestica Usa è andata bene, ma gli investitori dovrebbero sapere che lo stimolo fiscale avrà un impatto di breve durata", dice Nielsen.
Conclude Nielsen: "Se la mia interpretazione è corretta si prospettano mesi difficili per le borse globali, in cui sarà meglio trovare rifugio nei titoli più esposti alla domanda domestica in Asia ed Europa e con una bassa esposizione verso gli Usa".