Ue, la spesa è un colabrodo. Sovrapposizioni, duplicazioni e frammentazioni bloccano i fondi per la coesione: erogato solo il 7%
Una banca da 100 miliardi per la decarbonizzazione. Maggiori garanzie da InvestEu per mobilitare altri 50 miliardi. E un fondo per la difesa, si mormora di circa 500 miliardi, per spingere la spesa militare ben oltre il 2% del pil. L’Unione Europea lavora da mesi su diverse iniziative finanziarie per raggiungere, o quanto meno avvicinare, quei 750-800 miliardi di investimenti aggiuntivi indicati da Mario Draghi per competere con Usa e Cina.
I fondi pubblici non basteranno, così la Commissione si è lanciata in un’opera di semplificazione studiata per attrarre i capitali privati. Ma reperire nuovi fondi potrebbe non bastare se poi non ci si dimostra in grado di spenderli in tempo e in modo efficace. Nel suo report l’ex presidente della Bce ha ricordato che il problema è ricorrente e per risolverlo ha suggerito all’Ue di eliminare sovrapposizioni, duplicazioni e frammentazioni delle risorse. Mosse che alleggerirebbero il carico delle amministrazioni pubbliche, spesso con organici ridotti all’osso, e in questo modo ridurrebbero i tempi dalla presentazione alla messa a terra dei progetti.
La Commissione ha chiarito quanto la spesa europea vada a rilento in una recente comunicazione sul prossimo quadro finanziario. Tra le righe Bruxelles ha svelato a quanto ammontano i fondi per la coesione erogati finora, meno del 7% di quelli approvati per il 2021-2027. Serve «più semplicità», è la soluzione indicata da Ursula von der Leyen, perché l’odierna complessità del bilancio «ostacola l’accesso ai finanziamenti».
Il quadro finanziario pluriennale dell’Ue vincola le istituzioni comunitarie per ben sette anni, durante i quali è molto complicato intervenire per modificare quanto deciso in precedenza. L’attuale bilancio (2021-27) vale l’1% del pil dell’Ue, un po’ più di mille miliardi, che all’anno fanno circa 200 miliardi. Soldi che arrivano dai contributi degli Stati oppure da risorse proprie dell’Unione. I capitoli invece sono sette, con la coesione e agricoltura che intercettano circa due terzi delle risorse. Ma i programmi di spesa sono ben 52, numero che provoca sovrapposizioni e riduce l’impatto dei fondi.
Di questi mille miliardi solo un terzo resta a Bruxelles, che non sempre lo gestisce al meglio. «La complessità degli assetti istituzionali e dei programmi frena la capacità di spesa della Commissione, che però ha fatto ampi sforzi per semplificare le procedure di selezione e rendicontazione», spiega Niccolò Cusumano, docente di government, health and not for profit alla Sda Bocconi School of Management.
«Si può sicuramente migliorare ma resteranno sempre dei tempi tecnici minimi da rispettare. Senza contare che bisogna confrontarsi con 27 Paesi diversi». Gli Stati controllano gli altri due terzi dei fondi, che spendono secondo le regole fissate dalla Commissione. Gran parte dei soldi arriva agli enti locali ed è qui che spesso la macchina si inceppa perché molte regioni e comuni non hanno le risorse per stare dietro alla miriade di richieste ricevute, per importi spesso molto contenuti.
Nelle intenzioni della Commissione il prossimo bilancio (2028-34) sarà quello della svolta. La presidente von der Leyen proverà a centralizzarlo e a ridurre le voci per gestire con più facilità i fondi. «Il passato dimostra che accorpare capitoli di spesa non basta», chiarisce Cusumano. «Nel caso dei fondi strutturali del periodo 2014-2020, ad esempio, i programmi erano articolati in 11 obiettivi tematici, poi ridotti nel 2021 a cinque, ma le regole di funzionamento sottostanti sono rimaste sostanzialmente le stesse e quindi non ci sono stati grossi miglioramenti nella velocità e nell’efficacia della spesa».
Di qui la spinta alla semplificazione, a cui andrebbe affiancato un rafforzamento delle amministrazioni locali. L’altra idea che si fa strada è quella di copiare il modello Pnrr anche per la coesione, così ogni Stato dovrà realizzare delle riforme e superare delle milestone prima di sbloccare i fondi, da concentrare su priorità comuni.
Maggiore certezza arriverà entro luglio, quando la Commissione presenterà la sua proposta sul prossimo bilancio europeo. Anche in questo caso si passerà per una lunga fase negoziale con il Parlamento Europeo e gli Stati Membri, che voteranno all’unanimità. Non un dettaglio visto che i governi hanno visioni spesso differenti, soprattutto sulla necessità di aumentare i fondi.
L’ultimo bilancio dell’Ue ha beneficiato anche del Next Generation Eu, che ha spinto il totale vicino ai 2 mila miliardi. Ma si è trattato di un’esperienza frutto della pandemia e forse irripetibile per la contrarietà di diversi Paesi, Germania in testa, a nuove forme di debito comune. Così nel 2028 potrebbero mancare all’appello circa 800 miliardi, chiesti in prestito sul mercato. A cui andranno restituiti sia i 338 miliardi di fondi perduti sia gli interessi, aumentati di circa 20 miliardi secondo la Corte dei Conti europea dopo la stretta Bce.
Come reperire questi fondi? O con nuove entrate o con tagli ai programmi. La coesione è tra gli indiziati principali e per l’Italia sarebbe un problema serio visto che ne è il principale beneficiario dopo i 27 miliardi ricevuti in sette anni.
Una mano potrebbe arrivare dall’Innovation Fund, finanziato con i proventi incassati dalle aste sulle quote di Co2, che i crescenti vincoli sulle emissioni hanno reso sempre più costose. Il veicolo dedicato alle tecnologie green può essere preso ad esempio per risolvere alcuni dei problemi di spesa del quadro pluriennale, come la frammentazione. I finanziamenti concessi sono più corposi, quindi sono più attraenti per le imprese, e poi le procedure sono più snelle.
Il prossimo bilancio dell’Ue potrebbe arricchirsi anche con i 93 miliardi di prestiti del Recovery Fund non chiesti dagli Stati. Tra le ipotesi allo studio c’è il loro dirottamento sulla difesa o sul nuovo fondo per la competitività, altro veicolo su cui la Commissione punta forte ma che vedrà la luce solo col prossimo bilancio.
A oggi il vero braccio finanziario dell’Ue è la Banca Europea per gli Investimenti (Bei), che nel 2024 si è spinta sino a 88,8 miliardi di erogazioni e nel 2025 punta a 95 miliardi. I prestiti concessi dall’istituto sono garantiti da InvestEu, che secondo le stime iniziali avrebbe dovuto movimentare più di 650 miliardi tra il 2021 e il 2027 grazie all’effetto leva.
La cui efficacia però si può verificare solo ex-post, altro emblema del diverso approccio dell’Europa rispetto alle altre potenze. Gli Usa, ad esempio, vanno più sul sicuro e mettono direttamente i soldi che occorrono, come è accaduto con i circa 400 miliardi dell’Ira e i 50 miliardi del Chip Act.
In realtà anche l’America è frenata dalla burocrazia, che ha rallentato la spesa pubblica soprattutto nel settore delle infrastrutture. Ma ora Donald Trump ha promesso maggiore deregulation per semplificare i procedimenti, senza contare che gli Usa hanno un altro asso nella manica: i capitali privati. Le sole big tech continuano a riversare centinaia di miliardi nell’economia americana, con Apple che ne ha annunciati 500 solo pochi giorni fa.
Stare al passo sembra impossibile a meno di non alzare l’asticella e portare il quadro finanziario pluriennale al 2% del pil, progetto che non convince i Paesi frugali. «L’attuale bilancio non ha la forza per fronteggiare le sfide che ci attendono», spiega Giuseppe Lupo (Pd), vicepresidente della Commissione per i Bilanci del Parlamento Ue. «Dobbiamo aumentare i fondi, urgono nuove entrate proprie. Ma non è detto che basti senza ulteriori passi nel processo d’integrazione. L’Europa deve dire sì al debito comune per fronteggiare investimenti e nuove priorità di bilancio, e dar vita a una vera unione dei mercati dei capitali per stimolare i privati». (riproduzione riservata)