È un senso d’urgenza quello trasmesso da Mario Draghi ai leader Ue riuniti al Castello di Alden Biesen in Belgio. Da due anni l’ex premier italiano ed ex presidente della Bce continua a lanciare allarmi sui ritardi europei, moniti rimasti inascoltati perché il suo rapporto sulla competitività è ancora in gran parte inattuato. Un messaggio che Draghi ha ribadito di nuovo, anche se questa volta non in una conferenza ma davanti ai membri del Consiglio Europeo (i governi).
Il vertice è stato convocato proprio per rilanciare la competitività dell’Ue, sempre più stretta tra concorrenza cinese e aggressività americana. Ecco perché a Draghi è stato chiesto di aggiornare il suo rapporto ai tempi che corrono. Ne è venuto fuori un senso d’urgenza, soprattutto quando l’ex presidente della Bce ha ricordato che «il contesto economico si è deteriorato da quando ho presentato il mio report. E ciò rende necessario agire con ancora più fretta».
L’agenda Draghi è vasta, segno anche dell’imponenza delle sfide che attendono l’Ue. Al Consiglio Europeo l’ex presidente della Bce si è concentrato innanzitutto sul mercato unico, ostacolato da una serie di barriere interne che vanno eliminate. L’altro punto debole è la frammentazione dei mercati azionari, accompagnata dall’immobilismo dei risparmi europei, che troppo spesso prendono il volo verso Wall Street.
Poi Draghi ha toccato il tema dell’alto costo dell’energia, macigno per le imprese europee, che potrebbero essere aiutate introducendo un meccanismo di preferenza europea negli appalti pubblici o negli aiuti di Stato nei settori chiave. Proposte ambiziose, che non è detto trovino il consenso necessario tra tutti i 27. Così l’ex premier ha riaffrontato anche il tema della cooperazione rafforzata, meccanismo necessario per non restare immobili e procedere sulle riforme con chi ci sta. Un modello che Draghi ha ribattezzato «federalismo pragmatico».
Non tutte le priorità dell’agenda Draghi sono quindi condivise dai leader europei. Ad esempio sul debito comune Francia (favorevole) e Germania (contraria) hanno opinioni contrastanti. Le divergenze anche sulla preferenza europea (lo schema è lo stesso) hanno permesso all’Italia di incunearsi nel motore franco-tedesco che da sempre traina l’Europa. La sintonia tra Giorgia Meloni e il cancelliere Friedrich Merz ha portato a un non-paper, preparato insieme al Belgio, presentato a una ventina di Paesi Ue (Francia compresa) in un apposito vertice poco prima del Consiglio Europeo.
Le priorità indicate nel documento sono tre: completamento del mercato unico; semplificazione e riduzione dei prezzi dell’energia; politica commerciale ambiziosa e pragmatica. Temi su cui i governi si confronteranno di nuovo a margine del prossimo Consiglio Europeo di marzo, facendo dei pre-summit la regola. Tra un mese dovrebbe venire fuori anche la road map che l’Ue seguirà per rilanciare la sua competitività con misure chiave da adottare entro fine 2026. E «se non si troverà l’accordo entro giugno, bisognerà procedere con la cooperazione rafforzata», afferma il presidente francese Emmanuel Macron.
Significativa, in mattinata, la sua apparizioni insieme a Merz davanti alla stampa, come a dire che tra Francia e Germania non c’è nessun gelo. E anche la premier Meloni ha chiarito che l’alleanza con Berlino «non è contro qualcuno». Con Parigi «siamo d’accordo su diverse questioni, come quasi sempre: vogliamo che l’Europa sia più veloce per un’industria competitiva», spiega invece il cancelliere tedesco. «Prossimamente parleremo anche del finanziamento della Ue», cioè di quel debito comune che in Germania - per adesso - resta un tabù. (riproduzione riservata)