Nel 2025 l’Ue ha accelerato i piani di diversificazione commerciale per contrastare i dazi di Donald Trump. In realtà gli sforzi della Commissione sono più datati e si basano sulla convinzione che gli accordi di libero scambio favoriscano l’export. I numeri della quinta relazione sull’attuazione e l’applicazione della politica commerciale dell’Ue lo confermano. Nel 2024, si legge nel report, le esportazioni di beni verso i 76 partner preferenziali sono cresciute del doppio (+1,4%) rispetto a quelle verso i Paesi senza intese con l’Europa (+0,7%).
«Gli accordi commerciali rendono l’Unione più resiliente di fronte alle sfide geopolitiche, garantendo fonti di approvvigionamento più sicure e diversificate per le nostre importazioni e mercati stabili per le nostre esportazioni», spiega Maroš Šefcovic, il commissario per il Commercio che ha guidato le trattative con gli Usa. «Le intese non solo eliminano i dazi, ma promuovono anche la coerenza normativa e gli standard internazionali, il che a sua volta riduce i costi per gli operatori economici. Garantire la più ampia gamma possibile di mercati è fondamentale per le nostre aziende in questi tempi turbolenti».
Un’intesa commerciale, insomma, facilita il lavoro delle imprese perché abbatte le barriere tra Stati e quindi spalanca corridoi all’export. Per dimostrarlo Bruxelles cita il caso del Canada, che rispetto al 2017 ha importato il 51% di merci europee in più. Numero che si confronta con il +20% di esportazioni verso il resto del mondo, dato comunque in crescita ma non come con Ottawa.
Poi c’è settore e settore. L’agroalimentare è tra i più in salute perché nel 2024 ha raggiunto un nuovo record, con 235 miliardi di euro (+2,8% annuo) di vendite fuori dall’Europa. Anche in questo caso la presenza di accordi ha facilitato il compito perché le esportazioni con i partner (valgono 138 miliardi) sono salite del 3,6% rispetto al +1,6% verso i Paesi senza intese di libero scambio.
Il discorso vale anche per i servizi. Gli scambi con i partner preferenziali hanno raggiunto 1,3 trilioni, con un tasso di crescita nel 2023 (ultimi dati disponibili) di oltre tre volte superiore (+4,5%) di quello con gli Stati fuori da accordi commerciali (+1,2%).
Secondo la Commissione, inoltre, «le intese favoriscono anche la diversificazione e la stabilità della catena di approvvigionamento», permettendo insomma di reagire con velocità quando uno Stato chiude le porte del suo mercato per ragioni geopolitiche. Un esempio su tutti: la Russia.
Le esportazioni verso partner chiave come Messico, Norvegia, Svizzera e Regno Unito hanno compensato le minori vendite di veicoli, componenti auto e macchinari elettrici dovute alle sanzioni contro Mosca. Mentre le maggiori importazioni di gas e gnl da Algeria, Kazakistan e Norvegia, insieme a quelle di rame dal Cile, hanno contribuito a colmare il vuoto dovuto all’allentamento dei legami con Mosca dopo la guerra in Ucraina.
Dal report si notano poi gli sforzi di Bruxelles per rimuovere le barriere commerciali e spingere l’export europeo. Nel solo 2024 l’Ue ha cancellato 44 ostacoli e dal 2020 ne ha eliminati 186. Merito anche degli accordi di libero scambio con la Nuova Zelanda e del partenariato economico con il Kenya, entrati in vigore nel 2024. Due intese che hanno portato gli accordi commerciali dell’Ue a 44 per un totale di 76 partner.
Nel 2025, invece, la Commissione ha concluso i negoziati con l’Indonesia e ha sottoposto a Consiglio e Parlamento Ue le intese con Mercosur (il mercato del Sud America) e Messico. E non finisce qui perché l’Europa sta negoziando anche con India, Malesia, Filippine, Thailandia ed Emirati Arabi Uniti. (riproduzione riservata)