Promessa mantenuta. La presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ha convocato i sindacati a Palazzo Chigi il prossimo 8 settembre, alle 17:30, per un aggiornamento sulla «situazione» dell’ex Ilva. Una formula volutamente ampia che, a questo punto della partita, comprende molto più di un semplice aggiornamento: la vendita di Acciaierie d’Italia, il destino dell’area a caldo, l’offerta della cordata italiana, quella di Jindal Steel International e, soprattutto, il futuro occupazionale di migliaia di lavoratori.
E la scelta della data, non è casuale. Arriva dopo i festeggiamenti a Bari, quelli in cui la premier rivendicherà di guidare il governo più longevo della storia della Repubblica italiana, e arriva a meno di ventiquattr’ore dall’esame in Corte d’Appello di Milano sullo spegnimento dell’area a caldo. Il 9 settembre sarà infatti esaminata l’istanza con cui Acciaierie d’Italia in amministrazione straordinaria ha chiesto di sospendere l’esecutività del decreto che dispone il fermo dell’area produttiva.
Sul fronte della vendita, i commissari straordinari stanno esaminando due proposte: l’offerta vincolante presentata da Jindal e la manifestazione d’interesse della cordata italiana, che dovrà essere trasformata in un’offerta vera e propria. Il nodo resta legato al perimetro industriale. Mentre Jindal ha già manifestato la disponibilità a rilevare l’intero polo di Acciaierie, compresa l’area a caldo, gli industriali italiani hanno allo studio un’operazione più circoscritta, concentrata sul downstream e su una parte dell’area a caldo, con i laminatori a nastro e lamiera.
Ma, ancora una volta, è stata la premier a dettare le condizioni: il governo considera il mantenimento «di un’importante capacità produttiva di acciaio» un «obiettivo di rilievo nazionale». E quindi si tratta. Il confronto tra il governo e le 14 imprese italiane, guidate da Federacciai, scandisce il ritmo della partita: sia industriale, sia economica.
La porzione di azienda considerata dalla cordata italiana vale tra 600 milioni e un miliardo di euro, mentre Jindal ha indicato una disponibilità nell’ordine dei 2 miliardi per l’intero complesso. Per colmare questo divario, l’unica strada percorribile per la cordata è coinvolgere Invitalia, con la costituzione di una newco.
Come anticipato da questo giornale, la volontà sarebbe costruire una struttura a due gambe, nella quale gli investitori privati si concentrerebbero sulle attività economicamente sostenibili e lo Stato avrebbe un ruolo nella gestione della parte più delicata dell’area a caldo. Una soluzione che consentirebbe di mantenere aperta, almeno in prospettiva, la possibilità di una riconversione dell’upstream attraverso forni elettrici e un impianto per la produzione di Dri.
I sindacati, comunque, non si accontenteranno di un aggiornamento sulla gara. Perché la vendita sarà al centro della partita, ma sarà inevitabile parlare delle conseguenze che ciascuno degli scenari in campo avrebbe sui lavoratori. Il governo dovrà infatti affrontare il tema degli strumenti da mettere in campo per accompagnare la transizione, dagli ammortizzatori agli eventuali pensionamenti anticipati fino alla ricollocazione di una parte della forza lavoro presso altre imprese del territorio.
Una partita che si intreccia con quella industriale: più ampio sarà il perimetro mantenuto in attività, maggiore sarà la capacità di assorbire occupazione e preservare competenze in attesa della riconversione. Sullo sfondo resta poi il più ampio confronto su Taranto. Meloni ha previsto un Tavolo specifico per lo sviluppo dell’area, con associazioni di categoria, Regione Puglia ed enti locali, per affiancare all’ex Ilva nuovi investimenti imprenditoriali. Ma quella convocazione ancora non è arrivata. (riproduzione riservata)