«Non siamo contrari all'euro digitale, purché non sia sostitutivo del contante. Nel tempo degli attacchi hacker dobbiamo sapere quali sono i rischi del sostituire completamente il denaro contante». Questa la posizione espressa dalla premier Giorgia Meloni in replica alla Camera sulle comunicazioni in vista del Consiglio europeo del 20 e 21 marzo.
Sull’euro digitale «abbiamo sempre spiegato che il problema dell'attuale moneta elettronica è che è una moneta privata per la quale si chiede di pagare una corresponsione. Questo comporta che quando si fanno pagamenti digitali, una parte viene drenata anche se piccola, mentre 100 euro in contati valgono sempre 100 euro». Il tema di un euro digitale «risolverebbe la questione e quindi non siamo contrari, ma purché non sia sostitutivo alla moneta contante».
La Svezia - ha indicato ad esempio la leader di FdI- una nazione che puntava a far sparire il contante, recentemente ha consigliato ai propri cittadini di mantenere una parte della propria ricchezza in contanti, «perché nel tempo degli attacchi hacker dobbiamo anche sapere quali sono i rischi ai quali si va incontro se si sostituisce completamente la moneta contante».
Secondo Meloni, «la volontà di regolamentare tutto» in Europa «ci ha impedito di affrontare» le cose importanti, mentre serve «un'Europa più efficace nel dare risposte» e nello stesso tempo che «si occupi meglio di meno cose, seguendo il principio di sussidiarietà». Difatti «ci sono materie su cui gli Stati nazionali», essendo «più prossimi ai cittadini», sono meglio attrezzati. Se si fosse già agito in questo senso «forse oggi avremmo Stati nazionali più forti e un'Europa più efficace rispetto ai competitor che ha oggi nel mondo».
Due sono le battaglie che «continuiamo a condurre» in Europa. Da un lato, la soluzione del disaccoppiamento dei prezzi dell’energia, su cui «sono d'accordissimo, è attualmente impedita dall'Unione europea: solo l'Ue potrebbe creare mercati diversi per fonti energetiche diverse».
Dall’altro lato, è fuori discussione che «la difesa sia una precondizione di libertà e quindi se tu chiedi agli altri di occuparsi della tua sicurezza, gli altri vorranno decidere per te». Da precisare inoltre che «il dominio della sicurezza riguarda le materie prime critiche, la difesa dei confini, la lotta al terrorismo, materie che non si affrontano comprando armi».
In quest’ottica è un passo importante il piano ReArm Ue (anche se sarebbe meglio intitolarlo Defence) ma «non possiamo non porre il problema che l'intero piano presentato dalla presidente della Commissione Europea Von der Leyen si basa quasi completamente sul debito nazionale degli Stati e per questo stiamo facendo altre proposte». Perché sicuramente «ci aiuta diciamo a scomputare le spese, però dall'altra parte io penso che una priorità debba essere quella per esempio di favorire gli investimenti privati» per la difesa. Questa è la ragione per la quale col ministro Giorgetti «abbiamo elaborato una proposta che ricalca quello che accade attualmente con InvestEU, quindi garanzie europee per gli investimenti privati e cerchiamo di rendere questo piano maggiormente sostenibile».
Sempre in tema di sicurezza, la premier ha sottolineato che «la lunga conversazione tra il presidente Donald Trump e il presidente Vladimir Putin (tra i punti discussi c'è l'ipotesi di un parziale cessate il fuoco limitato alle infrastrutture strategiche) si tratta di un primissimo spiraglio che va nel senso di quanto concordato a monte tra Trump e Zelensky» a Gedda.
Il tycoon «è un leader forte che può porre le condizioni per una pace giusta e duratura, penso che non vedremo con questa presidenza le scene di debolezza che abbiamo visto in Afghanistan ma credo che la partita si gioca sulle garanzie di sicurezza».
Un’altra sfida che indubbiamente mette alla prova l’Ue sono i dazi. La premier non nega che «i dazi siano un problema» ma una risposta dell’Europa «potrebbe crearci ancora più problemi, perché produrrebbe una spinta inflattiva». Laddove «abbiamo un surplus commerciale nei confronti degli Stati Uniti nei beni e gli Stati Uniti hanno un surplus per quanto riguarda i servizi, bisogna stare attenzione a non trovare soluzioni penalizzanti», conclude.
Soffermandosi sulle dinamiche prettamente italiane, Meloni ha identificato chiaramente la sua priorità: «Bisogna stabilizzare il sistema politico italiano» e la riforma del premierato va proprio in questa direzione.
La stabilità infatti è un elemento economico: quanto manca ne consegue scarsa attrattività per gli investitori. I risultati «di questo governo nello stringere accordi dimostrano questo elemento cioè che servono interlocutori stabili». Ecco perché «le riforme che abbiamo proposte sono prioritarie». (riproduzione riservata)