Ubs: nei prossimi cinque anni 1.200 miliardi di dollari si sposteranno da Wall Street all’Europa
Sarà la fine del cosiddetto eccezionalismo americano? Se ne dibatte da mesi tra analisti e osservatori. La scriteriata e ondivaga guerra aperta da Trump sui dazi e le profonde ripercussioni che questa apre per la maggior potenza economica mondiale che corre sempre più rischi sul fronte di un indebitamento sempre meno sostenibile e che vive da decenni finanziato di fatto dal resto del mondo, con deficit di bilancio anch’essi fuori controllo, fanno scricchiolare il modello per eccellenza della finanza globale. Il «Make great America» con il nuovo protezionismo ha fatto sbandare dollaro e Wall Street e ha già innescato una piccola fuga di capitali dalla piazza americana. Capitali che stanno affluendo da settimane ormai sulle piazze finanziarie europee.
Un cambio di paradigma per gli investitori che stanno ripensando allo storico e ultradecennale ruolo guida dell’America e stanno lentamente spostando i flussi di investimento fuori dal Paese. Sarà solo un fuoco di paglia o l’incendio rischia di propagarsi ancor di più?
Per ora è presto per dirlo: dipenderà dalle politiche fiscali e di bilancio dell’amministrazione Trump e dalla stretta più o meno forte del nuovo protezionismo made in Usa.
Sta di fatto che qualche crepa si avverte e soprattutto sta cambiando l’umore dei grandi fondi di investimento e della grande finanza nei confronti di chi regge il Paese e della sua affidabilità.
Non è un caso che i flussi di denaro hanno cominciato a cambiare rotta attraversando l’Atlantico diretti ai lidi, oggi ritenuti più sicuri, della Vecchia Europa.
Infrangere del tutto il primatismo del mercato-guida mondiale della finanza sarà difficile. Troppe sono ancora le armi nel feretro della potenza americana: dalla straordinaria cavalcata dell’innovazione tecnologica; alla produttività; alla crescita sempre comunque più tonica rispetto alla Vecchia Europa.
Ma un fatto è certo: i flussi di questi mesi degli investimenti borsistici hanno privilegiato l’Europa rispetto a Wall Street.
E secondo un recente rapporto di Ubs la prospettiva è che questo sia solo l’inizio di una rotazione più strutturale dei panieri di investimento. Meno Usa, più Europa nei prossimi anni.
In particolare gli analisti della banca d’affari svizzera hannno tracciato uno scenario base che dovrebbe vedere nei prossimi 5 anni uscire capitali investiti a Wall Street per 1.200 miliardi di dollari a favore soprattutto delle piazze del Vecchio Continente. Un peso equivalente al 6% della capitalizzazione di mercato delle Borse europee.
La tesi è che nei prossimi anni i grandi fondi potrebbero ruotare il 60% della maggiore esposizione, salita dal 2008 in poi sulla Borsa americana rispetto alle europee, e di fatto farla tornare a casa. Se a questo si aggiunge un cambiamento tattico della asset allocation, stimata in 300-400 milioni annui che finirebbero verso i lidi europei ecco che lo scenario più aggressivo prevede nei due anni tra il 2026 e il 2027 un flusso aggiuntivo verso l’Europa che porterebbe a un travaso Usa-Europa pari a 2000 miliardi nei prossimi anni.
Ovviamente sono solo stime fatte a tavolino e c’è anche uno scenario più prudente che riduce a soli 400 milioni i nuovi flussi verso l’Europa.
Al di là delle simulazioni un fatto è certo. L’America borsistica dalla crisi finanziaria in poi, ma in realtà anche prima, è sempre stata il mercato-guida, sovrappesato dai grandi fondi d’investimento globali.
Basta scorrere i dati per accorgersene. C’è sempre stata una forbice a dividere Usa ed Europa in Borsa, accentuatasi dal 2008 in poi. Il mercato americano aveva una market share sulla capitalizzazione delle Borse mondiali salita dal 30% del 2009 a più del 40% degli ultimi anni. In controtendenza l’Europa che ha visto scendere il suo peso dal 20% a poco meno del 15%. Del resto anche la corsa di listini è stata divergente con le Borse Usa a correre a perdifiato rispetto all’Europa.
Lo dicono le performance con il Nasdaq che dal 2009 ha moltiplicato per oltre 10 volte il suo valore; l’S&P500 salito del 650%. Mentre il Dax tedesco ha cumulato “solo” un rialzo del 400% e lo Stoxx 600 europeo ha moltiplicato il suo valore di 3 volte contro le oltre 10 volte del Nasdaq.
Ma soprattutto i multipli con la Borsa Usa che tratta a premio del 30% e più sul prezzo-utili, rispetto all’Europa.
L’”eccezionalismo” americano negli ultimi decenni è fuori discussione e difficile pensare che la grande finanza volti le spalle in modo drastico ai destini della piazza finanziaria mondiale per antonomasia.
Ma un riequilibrio avverrà di sicuro. Il mondo dei grandi banchieri sta lanciando allarmi su una prossima crisi del credito con i tassi a lunga saliti al 7%. Si teme che le politiche fiscali lasche di Trump peggiorino il deficit di bilancio già compromesso.
E c’è il timore che il dollaro rischi di non essere più un porto sicuro per gli investimenti.
Una sorta di declino che prelude a un’implosione di un’economia che vive sopra i propri mezzi da sempre e si finanzia con il resto del mondo.
Un mondo che rischia di finire ponendo seri problemi a livello globale.
Da qui una maggior prudenza a dirottare parte dei denari degli investitori sul mercato europeo, oggi ritenuto assai meno rischioso
Certo l’economia americana con la nuova frontiera del tech e ora dell’Ai resta il laboratorio per eccellenza dell’innovazione produttiva e tecnologica. E finchè i consumatori americani, che concorrono a formare il 70% del Pil continueranno a spendere allora, l’economia reggerà. Ma di controverso si acuiranno i problemi di indebitamento e sostenibilità del modello americano.
Per non sapere né leggere né scrivere, i gestori di fondi per ora pensano a maggiore cautela, dirottando più flussi verso l’Europa rispetto agli Usa. In fondo sia la sottovalutazione relativa delle Borse europee sia il non intravedere una nuova crisi dei debiti sovrani del Vecchio Continente aiutano in questa scelta.
Rotazione sia, ma con giudizio. (riproduzione riservata)