Quasi 15 milioni di persone hanno votato per il sindaco di Istanbul arrestato, Ekrem Imamoglu, alle primarie del maggior partito di opposizione, il Chp, per scegliere il candidato alle prossime elezioni presidenziali, in programma nel 2028.
Le consultazioni, dove Imamoglu era l'unico candidato, si sono tenute in tutte le 81 province turche e hanno votato 14 milioni e 850 mila persone, tra cui 1 milione e 653 mila iscritti al maggior partito di opposizione Chp, che è una forza politica laica e di centro sinistra, ha fatto sapere lo stesso Chp. È questo il nuovo atto di un terremoto politico-giudiziario che sta scuotendo l’intera Turchia.
Imamoglu, il principale rivale politico del presidente Recep Tayyip Erdogan è stato formalmente posto agli arresti, dopo quattro giorni in custodia della polizia e sotto interrogatorio. Così ha deciso nella giornata del 23 marzo il giudice del tribunale di Istanbul accogliendo le accuse per corruzione presentate dalla procura. Pendono ancora in sospeso invece le accuse per «favoreggiamento del terrorismo».
Imamoglu, ha fatto sapere il ministero dell'Interno turco, è stato, inoltre, temporaneamente sospeso dall’incarico di sindaco, ed è stato trasferito nel carcere di massima sicurezza di Marmara, nel distretto di Silivri, nella provincia di Istanbul. Oltre a Imamoglu è stato temporaneamente sospeso dall’incarico anche Murat Calik, sindaco di Beylikduzu, un’altra municipalità di Istanbul, detenuto nell’ambito della stessa inchiesta. Il sindaco del distretto di Sisli, invece, è stato nominato rimosso dall’incarico con accuse legate al terrorismo e questo ha consentito alle autorità turche di sostituirlo con un fiduciario del ministero dell’Interno, ovvero del governo, Resul Emrah. Arresti che l’opposizione non ha esitato a definire un vero e proprio «colpo di stato politico».
Alla notizia dell’arresto proteste sono scoppiate in tutto il Paese dove decine di migliaia di manifestanti sono scesi in piazza. Nella serata del 23 marzo si è vista una vera e propria escalation delle proteste, con scontri tra manifestanti e polizia. Gli agenti hanno usato gas lacrimogeni e proiettili di gomma.
Imamoglu, intanto, ha affermato che le accuse contro di lui sono motivate politicamente. «Non mi piegherò mai», ha scritto su X prima di essere messo in custodia cautelare. Erdogan ha condannato le manifestazioni di protesta e ha accusato il CHP di avere cercato di «disturbare la pace e polarizzare il popolo.
Tra le persone arrestate in seguito alle proteste scoppiate a Istanbul per l’arresto del sindaco Ekrem Imamoglu ci sono dieci giornalisti. Lo riporta Cumhuriyet che cita una dichiarazione el sindacato turco dei giornalisti, Disk Basin-Is, secondo cui tra gli arrestati ci sono Zeynep Kuray e Hayri Tunç, Ali Onur Tosun di Now, il fotoreporter Bulent Kiliç, il corrispondente dell'Afp Yasin Akgul, il fotoreporter del Comune di Istanbul Kurtulus Ari, Zisan Gur del portale Sendika, l’ex corrispondente di Cumhuriyet Gokhan Kam, il fotoreporter Murat Kocabas e Baris Ince di BirGun.
Sul caso è intervenuta anche la Ue, attraverso un portavoce della Commissione: «Gli arresti del sindaco Imamoglu e di oltre 300 manifestanti sollevano seri interrogativi sul rispetto, da parte della Turchia, della sua consolidata tradizione democratica. In quanto membro del Consiglio d’Europa e Paese candidato all'adesione all'Ue, la Turchia ha il dovere di rispettare i valori democratici».
In carcere oltre a Imamoglu restano almeno 300 persone, molti giovani studenti, arrestati durante le manifestazioni di questi giorni. Quello che succederà adesso è difficile da prevedere. Dall’alba dell’arresto, mercoledì scorso, migliaia di persone sono scese in strada a Istanbul e in diverse città della Turchia, ci sono stati scontri con la polizia, diversi account social sono stati oscurati.
La repressione comincia a essere così pressante che anche X di Elon Musk si ribella, pur avendo finora assecondato il governo turco: «Ci opponiamo alle molteplici richieste dell’Autorità turca delle tecnologie e dell’informazione di bloccare oltre 700 account di organizzazioni giornalistiche, personaggi politici, studenti e altri individui in Turchia».
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