L'incertezza nella quale, per i continui interventi e insulti di Donald Trump, viene a trovarsi il vertice della Federal Reserve e soprattutto il presidente Jerome Powell, può diventare addirittura peggiore di un'eventuale sconsiderata decisione di destituzione dello stesso Powell. A quest'ultima si potrebbe arrivare solo per giusta causa, tutelando la legge pienamente la durata del mandato del Presidente fino a maggio del prossimo anno. Intanto, viene offerto agli Usa e al mondo uno spettacolo di aspre e immotivate critiche di Trump unite ad epiteti offensivi e a contumelie intollerabili, soprattutto in un rapporto tra alte cariche dello Stato.
L'accenno di Trump, dopo che era stata diffusa ma poi smentita la notizia che stava per firmare una lettera di destituzione di Powell, all'eventualità che quest'ultimo si dimetta per frode lascia intravedere probabilmente un nuovo tipo di iniziative che potrebbero far leva sulla ristrutturazione immobiliare della Fed, non si sa con quanta fondatezza, iniziative comunque non temute da Powell, per indurlo alla cessazione dalla carica : una eventualità che il capo della Fed ha ripetutamente escluso.
Una destituzione per una presunta giusta causa darebbe certamente la stura a processi con sicuro danno per l'amministrazione Usa e per i riflessi nei mercati, ma anche per l'immagine di un conflitto istituzionale ai massimi livelli che sarebbe affrontato da Powell nel nome della difesa dell'autonomia della banca centrale, innanzitutto nei confronti della richiesta trumpiana di ridurre di 3 punti percentuali i tassi di interesse di riferimento ( a fronte dell'attuale livello del 4,25%). E ciò mentre il contesto generale è ancora incerto e l'inflazione, negli Usa, sta risalendo. Quello di Trump è un comportamento che non trova precedenti in Occidente (se si escludono alcune vicende, ai limiti, verificatesi in Turchia), ma li trova invece, numerosi, nell'America latina.
Finanche Mussolini fu indotto a recedere dalla destituzione di Bonaldo Stringher - prima direttore generale, poi governatore della Banca d'Italia - di cui non sopportava l'indipendenza di giudizio, per quel che allora era possibile. E' significativo che Jamie Dimon, presidente e a.d. della prima banca al mondo, Jp Morgan, abbia manifestato sostegno a Powell escludendo un atto di licenziamento da parte di Trump.
Insomma, quello che è in causa è il corretto rapporto tra governi e banche centrali che non possono non essere fondati sulla reciproca autonomia e indipendenza. Diversamente, per la dittatoriale concentrazione di poteri nelle mani di chi è a capo dell'esecutivo, non funziona non solo la democrazia economica, ma neppure la democrazia tout court, che si basa su pesi e contrappesi, uno fra i più importanti di questi ultimi essendo proprio la banca centrale.
Con una eventuale decisione di licenziare Powell perché non obbediente alle richieste di Trump si darebbe anche, come accennato, un segnale devastante al mondo e sarebbe veramente l'inizio di una nuova era, quello dello strapotere di autocrazie anche se tali sono diventate dopo legittime elezioni; si sarebbe, in definitiva, alla democratura. Perciò è sperabile che ci si fermi perché ancora si è in tempo. Ciò non significa affatto ritenere che non debba sussistere una dialettica tra governi e banche centrali, tutt'altro.
Ma si deve trattare di confronti rispettosi dei reciproci limiti istituzionali che affrontano il merito delle questioni e non mirino di certo, come con un diktat, a volere stabilire, come esecutivo, se, quando e come ridurre o aumentare il tassi di interesse, più in generale,a governare la politica monetaria. (riproduzione riservata)