Siamo in un mondo nuovo in cui, attraverso i social media, «tutti parlano con tutti» in una logica di disintermediazione tra cittadini, politica e potere dove la comunicazione digitale mette in collegamento diretto i soggetti in gioco, che siano il presidente degli Usa, Elon Musk o uno qualsiasi di noi. Sembra bello, vero? Un ritorno felice agli albori della democrazia, quelli dell’agorà ateniese in cui ogni cittadino poteva parlare direttamente con chi lo governava.
C’è solo un problema: l’agorà si è espansa a dismisura perché, con la globalizzazione, il potere è migrato prima allo Stato-Nazione e, adesso, a uno spazio sopranazionale a cui partecipano anche le Big Tech e le grandi corporation. Un mondo nuovo che dobbiamo ancora capire bene perché è fatto di poteri nuovi e di imperialismi nuovi. Fisici, digitali e, soprattutto, ibridi.
D’altra parte, se guardassimo la Terra dalla stazione spaziale con il criterio del potere reale, vedremmo una mappa simile a quella dell’Alto Medioevo: grandi imperi che si estendono a dismisura: Usa, Cina, Russia, Ue con relative zone di influenza. E, al contempo un insieme di feudi (grandi città, big tech, grandi conglomerati), sparsi nei punti più strategici della Rete con i loro signori feudali, pubblici o privati che siano.
Ma, contrariamente a quanto avveniva in passato, nell’attuale mappa del potere quasi nessun leader ha una totale capacità di comando o sanzione anche se possiede armi nucleari. Facciamoci una domanda strategica: nelle grandi reti globali della finanza e della tecnologia, quanto conta il presidente/premier di una singola nazione?
Tanto nel breve ma molto meno nel medio-lungo periodo perché, nel nostro mondo democratico, tutti i soggetti politici si rapportano con orizzonti elettorali brevi che confliggono con gli scenari di lungo periodo sui quali operano i grandi player del mondo delle Big Tech. E delle autocrazie.
Per questo, anche se la politica continua a operare in base agli stessi concetti di democrazia e rappresentatività che ci derivano dal mondo del passato, dobbiamo chiederci quanto di tali concetti stiano lasciando il passo alle logiche di potere globale che governano le terre di sopra delle reti tecnologiche e finanziarie internazionali.
Ecco perché esistono ormai due diversi tipologie di potere: da un lato il primo, quello dei poteri forti finanziari, delle agenzie di sicurezza e delle big tech. Dall’altro, esiste ancora il potere della politica, forte per certi versi sul piano locale, ma mortificato da un deficit di efficacia ogni volta che esce dai suoi confini territoriali. In altre parole, ogni volta che va in Rete o sui mercati finanziari.
Ed ecco perché il potere che hanno assunto i nuovi imperi ibridi e digitali ci mettono di fronte a un bivio mai visto in passato: come si governano i dati, le informazioni e l’intelligenza artificiale in Rete? E soprattutto: chi ha il potere concreto di farlo? Le big etch? Gli Stati? Gli Imperi? E poi, comunque, la domanda: chi comanda veramente? Trump o Musk? Xi Jinping o Jack Ma? O, in modo più furbo, Bezos, Zuckerberg o Thiel con le loro reti globali di vendita o di gestione dei dati?
Senza dimenticare che questi grandi personaggi del sistema Big Tech noi, in realtà, li votiamo tutti i giorni quando usiamo X, Whatsapp, Facebook, Instagram, Linkedin, Windows, Amazon, PayPal. Il loro potere deriva da noi e dai nostri dati perché, nella data driven economy, quando una cosa è gratis o quasi (come avviene sui social media) vuol dire che la merce siamo noi. (riproduzione riservata)