Non c’è pace sullo stato e i prevedibili sviluppi della vicenda Montepaschi. Ora interviene la Vigilanza della Bce per chiedere all’Istituto chiarimenti sui tempi e sui modi della realizzazione del programmato aumento di capitale di 2,5 miliardi. Contemporaneamente viene fuori l’esistenza di una «put» per il partner dell’accordo di bancassicurazione Axa (in sostanza, un indennizzo) che potrebbe comportare un onere di 1 miliardo a carico del Monte, per l’eventualità di mutamento del controllo azionario. A poco a poco, ma con rilevante ritardo, ci stiamo avvicinando al momento in cui una decisione bisognerà pur prenderla. Non è ancora chiara la posizione del quotidianamente chiamato in ballo Unicredit che, secondo qualche osservatore, per l’aggregazione con il Monte richiederebbe lo stesso trattamento di cui ha fruito Intesa Sanpaolo per l’operazione con le banche venete. Ritorna in evidenza l’operazione «spezzatino» che, però, passerebbe attraverso un’acquisizione integrale da parte di un’altra banca la quale, poi, eseguirebbe la spartizione delle spoglie. Ancora non è chiaro quanto sia un esercizio di fantaeconomia e quanto sia attribuibile ai desiderata di questo o quell’intermediario. Sta di fatto che continuano a dominare le parole non seguite da alcun fatto. Ciò, del resto, si sta verificando nell’intero scacchiere bancario interessato direttamente o indirettamente da ipotesi di concentrazioni e di consolidamento. Fanno eccezione il caso Carige, che sta destando l’interesse di diversi intermediari per l’assunzione di partecipazioni o per un’aggregazione, nonché il ruolo che sta svolgendo Carlo Cimbri, l’a.d. di Unipol-Sai, con una partecipazione di rilievo in Bper, che ora sembra interessato a svolgere una funzione di primo piano nel processo di concentrazione nel sistema, dopo avere acquisito una partecipazione nella Popolare di Sondrio poco al di sotto del 10%. In quest’opera, che ha come riferimento la stessa Carige, ma anche il Banco Bpm, Cimbri trova la collaborazione del nuovo a.d. di Bper, Piero Montani, di cui sono note la particolare professionalità, l’esperienza e il rigore. In un contesto in cui gli altri potenziali protagonisti continuano ad apparire in surplace, permane, tuttavia, la necessità di una figura, di un intermediario che sia il primum movens, che rompa questa lunga fase di attesa. Abbiamo detto della lucidità delle mosse di Cimbri. Ma bisogna pure che finalmente si venga a capo della vicenda del Monte. Il fatto che il Tesoro sia l’azionista rilevante con il 64% accentua l’esigenza che si arrivi a un punto fermo, includendo nelle opzioni praticabili anche il prolungamento della partecipazione pubblica oltre la fine dell’anno (termine entro il quale si dovrebbe procedere alla dismissione) soprattutto se una decisione nei termini dovesse risultare criticabile da diversi punti di vista oppure se si ritenesse praticabile nelle condizioni attuali soltanto lo «spezzatino». Quest’ultimo, invece, dovrebbe entrare nel novero delle scelte praticabili solo come extrema ratio. Arrivare alle disiecta membra della più antica banca del mondo sarebbe il sicuro fallimento di tutto quanto finora si è fatto per salvarla e avviarla sulla strada della ripresa. L’Istituto, l’economia del territorio, i cittadini pagherebbero le conseguenze di una storia di pesante mala gestio, ma anche della dissennatezza dell’acquisto di Antonveneta e, per dir poco, di un’improvvida autorizzazione a tale acquisizione. La rilevanza del caso e i precedenti storici e causali dovrebbero registrare l’impegno diretto per risolvere questo problema non solo del Tesoro, ma anche di Palazzo Chigi. Factum infectum fieri nequit: è un antico brocardo. Ma se non si può rendere come non fatto un fatto che si è purtroppo registrato, vi sono tuttavia i mezzi, nonché permane il dovere per rimediare al fatto. (riproduzione riservata