Non è solo un problema americano, ma la sua valenza è di certo maggiore per gli Usa. In gioco ci sono l’appeal dei Treasury come risparmio sicuro, e il peso dell’indebitamento pubblico americano arrivato a 40 mila miliardi di dollari. Lo conferma l’andamento del biglietto verde nei confronti delle maggiori valute, con un calo del 2% in tre mesi. I rendimenti dei titoli di Stato di diverse economie industrializzate hanno toccato nelle ultime settimane livelli record che non si registravano da anni o addirittura da decenni. Lo stesso è successo anche con i rendimenti delle emissioni giapponesi, tedeschi, inglesi e di diversi Paesi Ue.
Molteplici i fattori: i prezzi del greggio e dell’energia, legati all’incertezza sull’esito della guerra nel Golfo; il disavanzo fiscale record per molte economie; il costo del debito pubblico; il forte aumento dei bond emessi da aziende, soprattutto dai gruppi tech americani; l’incertezza sul futuro dei tassi di interesse per la persistente inflazione. La diffusa percezione di rischi maggiori richiede rendimenti un po’ più appetibili.
Nel frattempo Norges Bank ha ridotto in misura sostanziale la quota del portafoglio da 2.300 miliardi di dollari destinata ai titoli di Stato Usa, riducendola da 34,1% a 21,9%. Vendite per 75 miliardi di dollari, rimpiazzate da altri bond americani. Facile concludere che per i gestori norvegesi i T-Bond non offrono più le garanzie di un tempo.
Quali possono essere gli scenari futuri? Osama Rizvi di Primary Vision ha esaminato i cinque casi precedenti di forte crescita nei rendimenti dei titoli di Stato a livello mondiale. In ognuno c’era un motivo scatenante all’origine della crisi, mentre in questo caso ci sono più fattori: inflazione sostenuta, forte debito pubblico, alti rendimenti in più mercati, sostegno ridotto delle banche centrali e possibilità che più capitale giapponese resti entro i confini domestici.
Una miscela, sostiene Rizvi, che «offre maggiori possibilità che il quadro si complichi.
I forti rendimenti dei titoli di stato potrebbero pesare sulla crescita, rendere più difficile finanziare il debito pubblico, ridurre la domanda per nuove emissioni di titoli di stato per i governi e aumentare le tensioni e i rischi fra gli investitori più esposti. E questa volta non c’è un solo punto da tenere sott’occhio, ma semmai diversi fra questi potrebbero influenzarsi a vicenda».
Tre i suoi possibili scenari: 1) l’aumento del costo del debito rallenta il settore immobiliare, il mercato del lavoro e in genere i consumi col risultato che l’inflazione calerà e torneranno i compratori, 2) I rendimenti diventano attraenti abbastanza da attirare investitori a lungo termine che assorbiranno l’offerta esistente, 3) Qualcosa sul fronte della liquidità o del rompe si rompe e toccherà ai policy maker (ovvero al Tesoro e alla Fed) intervenire per far ripartire i mercati.
Gli economisti di Capital Economist, invece, ritengono che i rendimenti obbligazionari «caleranno leggermente nei prossimi mesi», e non in tempi brevi, anche perché «in passato le ondate di vendita (di titoli di Stato) avevano una causa ovvia e riparabile, mentre quella attuale difficilmente invertirà in tempi brevi la sua direzione». Il segretario Usa al Tesoro, Scott Bessent, viceversa sostiene che quanto avviene sul Treasuries riflette non una crisi in corso, ma le crescenti prospettive di crescita dell’economia americana.
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