La fuga di notizie sulla drastica riduzione delle scorte di armamenti americani legata alla guerra in Iran ha creato forti imbarazzi all'amministrazione Trump. Il presidente, Donald Trump, ha puntato il dito contro il segretario alla Difesa, Pete Hegseth, mentre al Pentagono è partita la caccia alla fonte delle informazioni riservate.
Secondo quanto riportato dal New York Times, ad agosto 50 tra alti ufficiali e funzionari dello Stato maggiore sono stati sottoposti a test con la macchina della verità. Gli accertamenti sono scattati dopo che la stampa americana aveva rivelato una preoccupante riduzione delle scorte di alcune armi strategiche, tra cui missili a lungo raggio e intercettori Patriot.
A destare particolare allarme è stato il fatto che, sulla carta, soltanto un ristretto gruppo di funzionari avrebbe avuto accesso ai dati sulle munizioni. L'ipotesi presa in considerazione dagli investigatori è quindi anche quella di una possibile fuga di informazioni verso servizi segreti stranieri.
Le domande rivolte agli ufficiali hanno riguardato la sicurezza nazionale e l'eventuale trasmissione di informazioni classificate ai media. Secondo fonti citate dalla Cbs, nessuno dei funzionari sottoposti al poligrafo avrebbe fallito il test.
Igor Sechin, amministratore delegato di Rosneft, il principale produttore petrolifero russo, ha dichiarato che è stata la Cina, e non l’Opec, a stabilizzare i mercati petroliferi globali dopo l’avvio del conflitto tra Stati Uniti e Iran, riducendo quest’anno le proprie importazioni di greggio di 5,5 milioni di barili al giorno.
Sechin, storico alleato del presidente Vladimir Putin, è intervenuto il 4 settembre a un forum economico russo-cinese nella città di Vladivostok, nell’estremo oriente della Russia.
«Quest’anno la Cina ha di fatto assunto il ruolo precedentemente svolto dall’Opec e, senza essere membro di alcun cartello, è riuscita a stabilizzare il mercato petrolifero globale riducendo le proprie importazioni di petrolio di 5,5 milioni di barili al giorno», ha dichiarato Sechin.
Sechin, noto per il suo scetticismo nei confronti dell’Opec (alla riunione del 6 settembre dovrebbe mantenere la produzione invariata), ha affermato che la Cina acquisirà una maggior influenza sui mercati energetici man mano che il numero dei membri dell’Organizzazione dei Paesi esportatori di petrolio diminuirà.
«Ritengo che l’ulteriore crescita delle riserve cinesi rafforzerà il ruolo della Cina nel mercato energetico, in un contesto caratterizzato dal progressivo declino dell’influenza dell’Opec e dalla riduzione del numero dei suoi membri», ha dichiarato Sechin.
All’inizio di quest’anno gli Emirati Arabi Uniti hanno annunciato il loro ritiro dall’organizzazione. Quanto alla possibile uscita del Venezuela, da 60 anni nel cartello, il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha detto che spetta al Paese decidere se farlo.
Intanto il tycoon ha annunciato un accordo che consentirà agli Stati Uniti di assicurarsi 17 grandi giacimenti petroliferi in Venezuela contenenti 64 miliardi di barili di riserve accertate di greggio, un quinto del totale del Paese, e in grado di garantire fino a 1,5 milioni di barili al giorno di forniture agli Usa.
La petroliera iraniana al largo dell'isola di Kharg è stata colpita da quattro missili statunitensi. Lo riportano alcuni media iraniani citati da Al Jazeera, in particolare lo Student News Network e il sito Khabar Fouri, secondo cui sarebbe in corso l'evacuazione dell'equipaggio. L'isola di Kharg gestisce il 90% delle esportazioni petrolifere dell'Iran.
Washington sostiene che la Marina americana stia garantendo il passaggio del petrolio, con 15 milioni di barili scortati mercoledì 2 settembre. Prima della guerra, dallo Stretto di Hormuz passavano 20 milioni di barili al giorno, pari al 20% del petrolio scambiato a livello globale. Tuttavia, secondo società indipendenti che monitorano il traffico marittimo, i transiti restano decisamente inferiori ai livelli prebellici.
I prezzi dei carburanti aumentano ancora a causa della guerra in Medio Oriente che blocca le forniture. Secondo i dati del ministero delle Imprese e del Made in Italy rilevati dall'Osservatorio sui prezzi dei carburanti, il 5 settembre il prezzo medio in modalità self service lungo la rete stradale nazionale è pari a 2,052 euro al litro per la benzina dal 2,046 euro del giorno precedente e 2,164 euro al litro per il gasolio (da 2,157 euro).
Sulla rete autostradale, invece, il prezzo medio in modalità self è di 2,138 euro per la benzina e 2,237 euro per il gasolio. Un mese fa, il 5 agosto, i prezzi sulla rete stradale erano di 1,997 euro al litro per la benzina e 2,097 euro al litro per il gasolio. L'aumento è stato dunque di 5,5 centesimi al litro per la verde e 6,7 centesimi al litro per il diesel.
«Di fronte a questi dati è evidente come il taglio delle accise solo sul gasolio e per soli 17 centesimi di euro fino al 10 settembre sia una goccia nel mare: siamo in presenza di una vera e propria emergenza e il governo deve adottare subito misure emergenziali per scongiurare quella che si appresta a diventare una catastrofe economica», ha commentato il Codacons.
Gli Stati Uniti non sono più gli stessi di una volta, il presidente Donald Trump non sa gestire l'economia e, soprattutto, come il suo predecessore Joe Biden, commette l'errore di pensare che l'azionario record sia sinonimo di un'America in salute, ma nel frattempo i cittadini statunitensi non riescono a pagare le bollette e non vedono un futuro per i loro figli. Questo il pensiero espresso a Class Cnbc dall'ex sindaco di New York, Bill de Blasio, in occasione del 52° Forum Teha di Cernobbio.
«Credo che per chiunque di noi sia molto facile cadere nell'abitudine di pensare all'America di un tempo, ma oggi la realtà è molto diversa», ha affermato de Blasio, prendendo, come esempio, la guerra in Iran. «Non avevamo mai visto l'opinione pubblica americana opporsi a una guerra, opporsi a un'azione militare quasi istantaneamente, come è accaduto nel caso dell'Iran. Storicamente, gli americani hanno avuto la tendenza a concedere il beneficio del dubbio ai propri leader quando veniva intrapresa un'azione militare, arrivando spesso solo in seguito alla conclusione che non avesse senso: Iraq, Vietnam e così via. In questo caso, gli americani non volevano che il nostro Paese entrasse in guerra con l'Iran, e questo ancora prima che i prezzi della benzina schizzassero alle stelle».
Il tentativo dell’Iran di esercitare pressione sui mercati petroliferi globali limitando il traffico attraverso lo Stretto di Hormuz sta perdendo parte della sua efficacia, mentre gli Stati Uniti aiutano i produttori del Golfo a mantenere il flusso di greggio, secondo il Wall Street Journal. Nel frattempo, Teheran deve fare i conti con sempre più difficoltà economiche, a sei mesi dall’inizio del conflitto.
Il blocco navale statunitense impedisce all’Iran di esportare petrolio dal Golfo Persico dallo scorso luglio. Washington ha inoltre aiutato gli Stati arabi del Golfo a far transitare attraverso Hormuz volumi significativi di greggio, nonostante gli attacchi iraniani con missili e droni.
Secondo TankerTrackers.com, negli ultimi 28 giorni sono transitati in media attraverso lo Stretto 5 milioni di barili di greggio al giorno, quasi nessuno dei quali di provenienza iraniana. Altri 2,5 milioni di barili al giorno sono transitati attraverso i porti del Golfo di Oman, tra cui Fujairah, negli Emirati Arabi Uniti.
Questi volumi rappresentano più del 40% dei flussi di petrolio della regione prima della guerra. Intanto i prezzi del greggio sono rimasti al di sotto dei 100 dollari al barile, anche grazie al fatto che la Cina ha attinto alle proprie riserve interne, riducendo le importazioni. Questo ha indebolito la capacità di Teheran di utilizzare Hormuz di provocare uno shock economico.
Diverse esplosioni sono state avvertite nella zona dell'isola di Kharg, che rappresenta un importante terminal petrolifero, nel Golfo Persico. La Student News Network ha riferito che una petroliera iraniana sarebbe stata colpita da un missile dalla Marina statunitense nei pressi dell'isola. Tuttavia la notizia non ha ricevuto alcuna conferma ufficiale.
Il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, ha discusso, nel corso di una conversazione telefonica, dei rapporti bilaterali e delle tensioni regionali con il presidente degli Emirati arabi uniti, Sheikh Mohamed bin Zayed Al Nahyan. I due leader hanno esaminato la cooperazione tra Ankara e Abu Dhabi in diversi settori.
Il presidente turco ha affermato che la Turchia sta lavorando per porre fine alle tensioni tra Iran e Stati uniti, ha assicurato che Ankara continuerà le proprie iniziative diplomatiche orientate alla pace e ha ribadito che «non approva mai gli attacchi contro Paesi fratelli» nella regione». (riproduzione riservata)