C’è l’asse tra Giorgia Meloni e Friedrich Merz dietro l’accordo tra Unione Europea e Stati Uniti sulle terre rare. Va bene che si trattava di unire le forze contro un comune nemico, la Cina, che controlla quasi il 90% della raffinazione mondiale delle materie critiche e ne possiede circa il 60%. Ma non era comunque scontato che Europa e America tornassero a stringersi la mano, e così presto, dopo lo scontro andato in scena sulla Groenlandia.
Nonostante la retromarcia di Davos, i tentativi di Donald Trump di annettere l’Artico - portati avanti con la consueta minaccia dei dazi - avevano scavato un solco profondo tra le due sponde dell’Atlantico. E anche allora, come ora, i promotori della linea morbida verso il presidente americano erano stati proprio Italia e Germania, vista la forte esposizione all’export delle rispettive imprese.
Non sembra un caso, allora, che la partnership strategica sui minerali critici tra Usa, Giappone e Ue, annunciata il 4 febbraio alla prima riunione ministeriale (con 55 Paesi) a Washington, sia stata preceduta dalla lettera inviata da Roma e Berlino a Bruxelles. Missiva in cui si chiedeva di rafforzare la collaborazione con Trump nel settore, in ottica anti-Pechino, e di allargare l’intesa al G7, all’Africa (con cui l’Italia ha ottimi rapporti grazie al Piano Mattei) e a nuovi campioni dell’economia mondiale come India e Corea del Sud.
Secondo la presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, l’intesa di massima sarà seguita da un accordo bilaterale tra Ue e Usa. Partnership da inquadrare in una cornice più ampia, perché l’obiettivo degli americani è quello di creare un blocco commerciale con dentro anche il Sud America.
Il progetto è ambizioso e punta alla nascita di un’area di libero scambio sui minerali critici, con dazi comuni per i Paesi fuori dall’accordo. Possibile anche un prezzo minimo per evitare il dumping cinese e l’introduzione di restrizioni all’export per sviluppare il riciclo (settore in cui l’Italia è campione) di questi materiali fondamentali per le tecnologie del futuro, a partire dai chip e dalle batterie delle auto elettriche.
Tra gli altri obiettivi c’è quello di sviluppare delle catene di approvvigionamento comuni e più sicure. Senza dimenticare la creazione di una riserva strategica di terre rare, progetto su cui l’America si prepara a investire 12 miliardi di dollari. È così che gli Stati Uniti proveranno a rimediare agli «errori» del passato, di cui ha parlato il segretario di Stato, Marco Rubio, cioè l’aver esternalizzato la produzione e le catene di approvvigionamento dei minerali critici, regalandone il controllo alla Cina.
La reazione di Pechino non si è fatta attendere ed è arrivata il 5 febbraio per bocca del ministero degli Esteri Lin Jian. «La Cina si oppone a chiunque mini l’ordine economico e commerciale internazionale con regole imposte da piccoli gruppi», fa sapere il capo della diplomazia cinese, velato ma evidente riferimento al blocco commerciale a cui lavorano gli Stati Uniti.
Un messaggio che, con ogni probabilità, il presidente Xi Jinping aveva già recapitato a Trump durante l’«eccellente» (parole del tycoon) telefonata del 4 febbraio. I rapporti - almeno di facciata - restano buoni ma in realtà ognuna delle due superpotenze continua a tessere la sua tela. La Cina per scongiurare un cambio di regime in Iran, per mano americana, e non dover così rinunciare alle forniture di petrolio di Teheran. Gli Usa per contenere lo strapotere di Pechino sui minerali critici, l’arma con cui Xi è riuscito a disinnescare i dazi di Trump.
Le restrizioni cinesi all’export di terre rare hanno messo in difficoltà anche le industrie europee, soprattutto quelle dell’auto (basta pensare al caso Nexperia). Anche per questo motivo l’Ue è scesa in campo al fianco degli Stati Uniti, dimenticando i recenti e ripetuti contrasti. Un segnale che fa ben sperare e che potrebbe rinsaldare le ormai usurate relazioni transatlantiche. Almeno fino alla prossima mossa a sorpresa di Trump. (riproduzione riservata)