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Terre rare, cosa cambia dopo l’accordo Usa-Cina? Le opzioni per gli investitori
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Terre rare, cosa cambia dopo l’accordo Usa-Cina? Le opzioni per gli investitori

di Ester Corvi
31 ottobre 2025, 21:15

Il mercato delle rare earth è 33 volte più piccolo di quello del rame ma ha un ruolo strategico per la fornitura ai settori tech 

Difficili da estrarre e inquinanti, ma così preziose da essere state oggetto dei recenti colloqui fra Stati Uniti e Cina. Sono le terre rare, (Ree, Rare Earth Elements), materiali strategici per l’industria mondiale, visto che sono utilizzati per produrre batterie, chip per computer e per l’intelligenza artificiale, apparecchiature di difesa. La Cina domina l’estrazione e soprattutto la raffinazione delle Ree (con una quota di mercato del 92%) e dei magneti (98%). Raramente si trovano in alte concentrazioni e sono chimicamente difficili da separare, rendendone la produzione e la raffinazione costose e complesse.

Sebbene il mercato delle terre rare sia molto piccolo (33 volte inferiore a quello del rame e pari a soli 6 miliardi di dollari nel 2024), «qualsiasi interruzione persistente dell'approvvigionamento può causare perdite significative nella produzione economica, dato il loro ampio utilizzo» fanno notare gli esperti di Goldman Sachs. Per gli investitori, che guardano alle potenzialità di lungo periodo di questo settore, la scelta è puntare sui singoli titoli (come Mp Materials, Lynas, Iluka, ecc...), consci di dover assumere un livello elevato di rischio e volatilità, oppure sugli Etf specializzati. In tal senso in Borsa italiana sono disponibili Wisdomtree Strategic Metals And Rare Earths Miners Ucits Etf, che da inizio anno ha messo a segno una performance del 67%, e Vaneck Rare Earth And Metals Ucits Etf (+59% da gennaio e +81% negli ultimi sei mesi).

L’accordo Cina-Usa

Il 28 ottobre scorso Pechino e Washington hanno raggiunto un accordo annuale sulla fornitura di terre rare da rinegoziare annualmente. La Cina aveva recentemente imposto nuove restrizioni all’esportazione di tecnologie relative a questi materiali, cruciali per l’industria globale. Trump, da parte sua, aveva minacciato di imporre dazi del 100% su tutti i prodotti cinesi. Di risposta Pechino ha reagito accettando di sospendere per un anno le restrizioni imposte il 9 ottobre. «L’accordo sulle terre rare è ormai concluso e riguarda il mondo intero», ha affermato Trump. «Non esiste assolutamente alcun blocco sulle terre rare; spero che questo termine scompaia dal nostro vocabolario per un po’» ha dichiarato il presidente Usa. Sul punto Xi Jinping si è invece limitato a affermare che si è raggiunto un «consenso sulle soluzioni ai problemi».

Ma è davvero così? Cosa cambia adesso?

Secondo Alessio Garzone, portfolio manager di Gamma Capital Markets «è più una tregua che una svolta definitiva. Entrambi i presidenti avevano bisogno di abbassare la tensione (per problemi che ciascuno dei due ha in patria), ma la partita strategica sulle terre rare rimane tutta da giocare. Le terre rare devono essere viste un po’ come la benzina all’interno dell’auto, dove l’auto in questo caso sono i semiconduttori». Il mercato ha tolto il «panic premium» che aveva spinto i titoli verso l’alto quando si temeva un blocco delle esportazioni cinesi. Per questo, nel breve termine, secondo il gestore di Gamma, non c’è fretta di salire sul carro. Potremmo infatti assistere a una fase di consolidamento o di correzione, soprattutto su titoli come Mp Materials, che era salita molto nei giorni di maggiore incertezza. Subito dopo l’accordo, il titolo è tornato ai livelli corretti: sembra che anche il mercato abbia capito la dinamica di rientro della paura.
«Detto questo, la direzione rimane quella e non cambia. Gli Stati Uniti stanno investendo in modo strutturale per ridurre la dipendenza da Pechino, e Mp Materials resta l’unico operatore americano integrato mine-to-magnet» sottolinea Garzone. Lo si vede anche dal forte interesse del governo: il 10 luglio scorso il dipartimento della Difesa Usa ha infatti investito 400 milioni di dollari nella società, con prezzo di conversione iniziale 30,03 dollari e una quota potenziale del 15%.

Le prospettive

Anche secondo Aneeka Gupta, direttore della ricerca macro di WisdomTree «l’accordo tra Usa e Cina riduce la volatilità a breve del settore delle terre rare, ma non modifica la situazione strutturale. La Cina continua a controllare la maggior parte della raffinazione e della produzione di magneti e le licenze di esportazione rimangono poco trasparenti». È probabile che persista un mondo a «due prezzi», con i prezzi spot cinesi da un lato e i contratti a termine occidentali sempre più sostenuti da meccanismi di approvvigionamento e di prezzo minimo. La risposta degli alleati sta accelerando, in particolare attraverso il patto tra Stati Uniti e Australia e il sostegno del Dipartimento della Difesa (DoD).

Le terre rare pesanti rimangono il collo di bottiglia, ma le prospettive a medio termine sono costruttive, con il finanziamento dei progetti e l’espansione della capacità al di fuori della Cina che continuano, nonostante le tregue tariffarie tattiche. Uno scenario che si riflette inevitabilmente sui titoli del settore. «L’offerta rimane limitata, con le terre rare pesanti e la capacità di produzione di magneti al di fuori della Cina che continuano a rappresentare gli ostacoli maggiori. Qualsiasi inasprimento delle licenze può quindi rapidamente rafforzare i prezzi e rivalutare i nomi che garantiscono la fornitura» sottolinea il money manager. Senza contare che i finanziamenti per i progetti chiave stanno arrivando, aggiungendo visibilità ai ricavi fino al 2026-27. (riproduzione riservate)



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