La presidente Bce Christine Lagarde ha evitato in ogni modo di prendere impegni riguardo alle prossime mosse sui tassi dopo il taglio dello 0,25% varato il 6 giugno. Le parole d’ordine sono «dipendenza dai dati» e decisioni «riunione per riunione». In altri termini la Bce si aspetta che nel medio termine l’inflazione scenderà ulteriormente e si porterà all’obiettivo del 2% nel quarto trimestre 2025. Su questo aspetto è aumentata la fiducia della Bce. Ma nel breve periodo ci saranno balzi dovuti anche agli effetti base rispetto all’anno precedente.
Un motivo di cautela è legato all’inflazione nei servizi che è risalita a maggio al 4,1%, dal 3,7% di aprile. Potrebbe trattarsi di un aspetto fisiologico, considerando che i servizi si adeguano di solito in ritardo rispetto alle altre componenti dell’inflazione. Ma nello stesso tempo la Bce vuole accertarsi che nei prossimi mesi i valori si riportino in un trend discendente.
Qualcosa di simile sta accadendo per i salari. Nonostante i timori dei falchi, non c’è stata una spirale con i prezzi dopo l’impennata dell’inflazione per la guerra in Ucraina. Al contrario, i salari hanno recuperato solo in parte il potere d’acquisto perso a causa del carovita. Il recupero è ancora in corso: perciò gli stipendi sono in crescita. Le retribuzioni per dipendente sono aumentate del 5,1% annuo nel primo trimestre dell’anno, rispetto al 4,9% dei tre mesi finali del 2023. Il dato, pubblicato il 7 giugno, è stato superiore alle attese e ha spinto gli investitori a ridurre le aspettative di tagli della Bce, assieme ai dati migliori del previsto sul mercato del lavoro negli Usa.
Anche gli stipendi negoziati hanno accelerato a inizio 2024 ma Lagarde ha spiegato che questo è dovuto soprattutto ai rinnovi contrattuali nel settore pubblico e nel retail in Germania. Le contrattazioni sono triennali perciò non si ripeteranno nel 2025. La presidente Bce ha precisato che gli indici anticipatori segnalano una frenata dei salari nei prossimi mesi. Inoltre le imprese stanno riducendo i margini di profitto assorbendo l’impatto sull’inflazione dell’aumento degli stipendi.
Sulla base dei dati pubblicati nel 2024, l’Eurosistema (quindi la Bce in collaborazione con le banche centrali nazionali) ha alzato le stime di inflazione dell’Eurozona per quest’anno (da 2,3 a 2,5%) e per il prossimo (da 2 a 2,2%), mentre sono rimaste invariate per il 2026 (1,9%). I valori potrebbero aver risentito delle previsioni di prezzi del petrolio più alti di quelli attuali. Peraltro non è la prima volta che le proiezioni fatte dall’Eurosistema (a dicembre e giugno) si rivelano più hawkish (falco) di quelle dello staff Bce (a marzo e settembre). Sono inoltre cifre superiori a quelle di altri istituti.
Nel complesso hanno pesato soprattutto i valori indicati dalla Bundesbank per la Germania: l’inflazione tedesca sarà ancora al 2,8% quest’anno, al 2,7% il prossimo e al 2,2% nel 2026. Numeri ben al di sopra di quelli dell’Eurozona. L’Italia è invece sotto la media: l’inflazione è stata dello 0,8% a maggio. Anche la Francia arriverà all’obiettivo Bce prima della media dell’area euro. Così la politica monetaria rischia di essere troppo severa in alcuni Paesi nei quali l’inflazione è già scesa sotto il target del 2%.
Inoltre occorre verificare che i segnali di ripresa economica nell’Eurozona si materializzino. L’Eurosistema ha alzato la previsione di crescita di quest’anno dallo 0,6 allo 0,9%. Nel primo trimestre il pil è salito dello 0,3%, un dato oltre le previsioni. Ma gli investimenti restano deboli. In ogni caso si tratta di valori da zero virgola e con rischi al ribasso. Inoltre è da verificare se ci sarà un impatto sull’inflazione legato alla maggiore crescita che invece potrebbe spingere la produttività e ridurre il costo unitario del lavoro.
In questo scenario incerto tutti i banchieri centrali Bce, sia falchi che colombe, hanno sottolineato che il percorso sui tassi non è predefinito e dovrà essere adeguato ai dati in arrivo. In generale i governatori hanno fiducia nella discesa dell’inflazione, anche se alcuni sono spaventati per un eventuale rialzo dopo anni in cui il carovita è rimasto molto oltre l’obiettivo.
Nelle prossime riunioni potrebbe farsi sentire l’effetto Fed, almeno per alcuni governatori. La banca centrale americana potrebbe rinviare ulteriormente il primo taglio (fino a novembre o dicembre), come sembra probabile dopo i dati sul mercato del lavoro Usa. Di conseguenza alcuni membri del consiglio Bce potrebbero essere più cauti nei tagli.
I mercati monetari ritengono probabile al 20% un taglio a luglio e al 70% a settembre. Entro fine anno l’aspettativa è di una o due riduzioni, con una discesa attorno al 3% (il tasso sui depositi è ora al 3,75%) a metà 2025. Gli economisti di mercato invece in media prevedono altri due tagli a settembre e dicembre e poi ulteriori ribassi di 100-125 punti base l’anno prossimo, con punto d’arrivo tra il 2 e il 2,5%.
«Molto probabilmente la Bce vorrà aspettare fino a settembre prima di discutere un altro taglio, dato che la maggior parte dei membri del consiglio sembra intenzionata a collegare le decisioni agli aggiornamenti trimestrali delle proiezioni macro», ha osservato Marco Valli, capo della ricerca globale di Unicredit, secondo cui l’inflazione sarà in media l’anno prossimo di poco sotto il 2%. «Date le nostre previsioni sull’inflazione, prevediamo che i tassi avranno un notevole margine di riduzione nel 2025. Ci aspettiamo un ulteriore allentamento dell’1%», ha aggiunto.
Anche Frederic Ducrozet, capo della ricerca di Pictet Wealth Management, ha confermato dopo il consiglio direttivo Bce del 6 giugno l’attesa di un nuovo taglio a settembre: «Si potrebbe sostenere che le previsioni di inflazione più elevate abbassano l’asticella di un taglio a settembre, in quanto è più probabile che le previsioni dello staff saranno corrette al ribasso a causa dei dati in arrivo, soprattutto alla luce dell’affievolirsi degli effetti delle passate festività pasquali e dei fattori una tantum tedeschi sulla dinamica dei prezzi».
BofA prevede altri due tagli quest’anno e riduzioni ulteriori per 125 punti base nel 2025: «Un persistente undershooting dell’inflazione (cioè dati sotto il target del 2%, ndr) finiranno per dare un senso di urgenza alla Bce e per accelerare i tagli più del previsto». Così secondo BofA i tassi arriveranno al 2% entro la metà del 2025. (riproduzione riservata)