È destinato a diventare uno dei componenti più longevi, in termini di esperienza in Bce: ai quattro anni che a novembre avrà già trascorso come membro del comitato esecutivo della Banca Centrale Europea, Fabio Panetta sommerà i successivi sei da governatore della Banca d’Italia, carica alla quale il governo Meloni lo ha designato martedì 27, e quindi anche come membro del consiglio dei governatori. Alla fine del mandato avrà accumulato ben dieci anni di esperienza nella gestione delle politiche monetarie. E il suo peso specifico crescerà molto una volta passato a Palazzo Koch, il prossimo 1 novembre.
Un governatore forte e autorevole riuscirà ad avere più incidenza sulle decisioni, anche nei confronti dei governatori degli altri 19 Paesi dell’eurozona, rispetto a quello che oggi può avere un componente dell’executive board, assicura chi conosce le dinamiche del consesso dei 26 banchieri centrali che decide la politica monetaria dell’euro. È questa una delle logiche che hanno portato la premier Giorgia Meloni, che già l’avrebbe voluto come ministro dell’Economia, a indicare Panetta, 64 anni il prossimo 1 agosto, già direttore generale dell’istituto centrale e da gennaio 2020 nel consiglio direttivo Bce, nuovo numero uno di Via Nazionale e successore di Ignazio Visco, giunto quasi al termine del suo lungo doppio mandato iniziato nel novembre 2011.
Un profilo da “colomba”, quello di Panetta, per usare la classica metafora degli schieramenti dei banchieri centrali di tutto il mondo tra chi è più propenso a picchiare duro sui tasti dei tassi di interesse per tenere sotto controllo l’inflazione - appunto, i “falchi” - e chi invece ha un approccio più prudente e pragmatico. Panetta rientra in quest’ultima categoria. Quando a fine 2021 l’inflazione in Eurozona cominciava a rialzare la testa e ancora non si intravedevano i segnali della guerra in Ucraina che sarebbe scoppiata quattro mesi dopo, l’esponente italiano della Bce invitava alla prudenza sul rialzo dei tassi di fronte a un’inflazione tornata già attorno 3,4%: «Per quanto riguarda la politica monetaria di oggi, serve pazienza, la forma d’azione più coraggiosa», spiegava nel novembre di quell’anno.
In questi due giorni Panetta è stato a Sintra, in Portogallo, al summit dei governatori mondiali. Ha ascoltato in silenzio – come si conviene a un banchiere centrale – le parole della presidente della Bce, Christine Lagarde, che l’inflazione va riportata al 2% «costi quel che costi», ribadendo l’ennesimo rialzo per luglio. Non è l’approccio di Panetta, anche se è considerato vicino alla banchiera francese che ieri lo ha ringraziato per il lavoro sull’euro digitale.
L’intervento per frenare la corsa dei prezzi è «doveroso», ha spiegato più volte Panetta. Ma c’è modo e modo, ha specificato. E bisogna sempre tenere conto delle conseguenze più generali delle decisioni sui tassi. Intanto – come ha dichiarato la scorsa settimana a Le Monde – ormai siamo «non lontani dalla fine dei rialzi dei tassi», perché la «brusca» stretta deve ancora dispiegare i suoi effetti nell’economia e per questo servono «diversi trimestri» mentre già si vede che il credito più caro sta influenzando le scelte di investimento di famiglie e imprese.
Se già nel 2022 frenava contro i “falchi” come i banchieri tedeschi (prima Jens Weidmann, poi Joachim Nagel ed Isabel Schnabel), è dall’inizio di quest’anno che contrasta più ruvidamente – sempre nell’ottica di un banchiere centrale – questa stretta continua che a suo dire va fondata sui dati, dato che la situazione economica è quanto mai incerta: «Non bisogna guidare a fari spenti nella notte», è l’ormai famosa citazione di Lucio Battisti. Il rischio vero, per Panetta, è evitare impatti sul pil che poi diventano duraturi, «come dimostrano le ricerche sulle recessioni degli ultimi cinquant’anni», spiegava lo scorso novembre.
Anche perché, per Panetta, è tutto il modello economico europeo che va ripensato: «Negli ultimi vent’anni la crescita europea è stata trainata da un modello obsoleto basato sull’acquisto di energia a basso costo da un Paese sbagliato (la Russia, ndr), dallo sviluppo del settore manifatturiero in Germania, Italia e in Spagna e dalla delocalizzazione dei processi produttivi», spiegava lo scorso novembre a un incontro all’Ispi a Milano. «Con questo modello è molto difficile pensare di poter crescere oggi». Per Panetta «non si può pensare di basare la crescita economica sulle esportazioni, e per compensare la riduzione del commercio internazionale occorre fare investimenti per rafforzare la domanda interna», come quelli «sulle rinnovabili, per rivedere la localizzazione delle produzioni, per sostenere la produzione di tecnologia e nei servizi». Un discorso quasi da governante, più che da banchiere centrale. Ma Panetta ha scelto questa seconda strada. (riproduzione riservata)