La stretta Bce è servita per ridurre l’inflazione nell’Eurozona, ma ha ridotto in modo significativo il pil nel 2022 e nel 2023 e peserà per il 2% sulla crescita europea nel 2024, anche a causa della forte trasmissione monetaria legata al credito bancario. L’impatto della restrizione Bce del 2022-2023 è stato stimato in una ricerca pubblicata ieri dalla Banca d’Italia e scritta da Antonio Maria Conti, Alessandro Notarpietro e Stefano Neri (quest’ultimo capo del servizio congiuntura e politica monetaria di Via Nazionale).
I risultati dell’analisi serviranno anche per calibrare le prossime decisioni Bce. Secondo le attese di mercato, Francoforte taglierà i tassi nella riunione del 17 ottobre, dopo averlo già fatto a giugno a settembre. Nonostante le prime riduzioni, i tassi resteranno a un livello restrittivo, cioè continueranno a comprimere l’economia, come ha ricordato il governatore della Banca d’Italia Fabio Panetta. L’economia dell’Eurozona è di fatto ferma da fine 2022. Inoltre l’inflazione è arrivata all’1,8% a settembre e sta scendendo più velocemente del previsto, con il rischio di restare sotto l’obiettivo Bce del 2% anche nei prossimi mesi.
Le simulazioni di Bankitalia indicano che la stretta del 2022 e 2023 continuerà ad avere un impatto negativo su crescita e inflazione nel 2024. Nel dettaglio, secondo le stime l’inasprimento monetario avrebbe ridotto la crescita del pil di circa l’1% nel 2022, tra 3,5 e 5% nel 2023 e intorno al 2% nel 2024. La stretta avrebbe inoltre diminuito l’inflazione tra lo 0,5 e l’1% nel 2022, tra il 3 e 4% nel 2023 e tra il 2 e il 3,5% nel 2024.
Lo studio mostra così che gli aumenti dei tassi Bce per 450 punti base tra luglio 2022 e settembre 2023 hanno avuto un impatto «significativo» al ribasso su crescita e inflazione. L’analisi arriva poi a ulteriori conclusioni. La recente stretta, eccezionale per entità e rapidità, ha indotto una trasmissione al credito bancario «più forte» di quanto osservato in precedenti fasi di restrizione. In tal senso gli autori di Bankitalia osservano che «la percezione da parte delle banche della rischiosità delle imprese è stata un fattore determinante della marcata trasmissione al costo del credito».
Il canale bancario ha svolto così un ruolo rilevante nel determinare l’impatto su inflazione e pil. Nel dettaglio, la trasmissione attraverso i tassi più alti delle banche ha contribuito da sola per circa lo 0,5% della riduzione della crescita nel 2022, e per l’1% nel 2023, mentre quest’anno peserebbe per quasi lo 0,5%. Il canale bancario avrebbe inoltre contenuto l’inflazione per l’1% in media nel 2023 e nel 2024.
Grazie anche agli interventi della politica monetaria, il carovita è diminuito da inizio 2023 dopo aver superato il 10% a ottobre e novembre 2022. Inoltre, nonostante l’aumento senza precedenti dei prezzi, le aspettative di inflazione a lungo termine sono rimaste ancorate all’obiettivo del 2%. Ora il rischio maggiore sull’inflazione è quello di restare sotto il target. Così diventa sempre più necessario per la Bce ridurre la stretta. Come osservano gli economisti di Bankitalia, «è essenziale valutare l’impatto macro dell’inasprimento monetario per calibrare la futura posizione della politica monetaria», in modo da «evitare inutili danni all’economia e garantire che l’inflazione rimanga in linea con l’obiettivo». (riproduzione riservata)