Per il momento Fed e Bce hanno abbassato i tassi dello stesso importo: 50 punti base (0,5%). Francoforte con due interventi da 25 punti base a giugno e settembre. La banca centrale Usa in un solo colpo, il 18 settembre. Se si guardano solo questi dati, la strategia europea è stata finora migliore: la Bce si è mossa in anticipo e quindi in modo più graduale. La Fed invece ha dovuto recuperare l’errore dello stop di luglio.
Nello stesso tempo, tuttavia, l’istituto Usa ha fatto maggiori passi avanti in vista dei prossimi mesi. I banchieri centrali della Fed nel «dot plot» hanno indicato l’attesa di ulteriori significative riduzioni dei tassi: per 50 punti base quest’anno, per 100 nel 2025 e per 50 nel 2026. La Bce invece è cauta: i mercati pensano che un taglio a ottobre sia probabile al 25%.
Come si spiega questo diverso atteggiamento? La Fed, che ha un mandato duale orientato all’occupazione oltre che all’inflazione, ha riconosciuto che in questa fase i rischi sono in aumento sulla crescita e in discesa sull’inflazione. Il presidente Jerome Powell ha fatto capire, con le parole e con i fatti, di voler preservare in ogni modo il soft landing. La Bce è invece divisa: i falchi del consiglio direttivo restano preoccupati di un rialzo dell’inflazione e accettano il rischio di un pil fermo da quasi due anni.
Eppure, se si guardano i dati, i ruoli di Fed e Bce potrebbero apparire invertiti. In Europa l’inflazione è più bassa (2,2% ad agosto, contro il 2,5% negli Usa) e l’economia è più debole: la Bce prevede una crescita dello 0,8% quest’anno e dell’1,3% nel prossimo, con «rischi al ribasso» secondo la banca centrale, mentre la Fed stima un +2% negli Usa per 2024 e 2025.
Alla luce di questi numeri, in teoria dovrebbe essere la Bce a riportare più velocemente i tassi verso il livello neutrale, quello che non comprime né stimola il pil. Così l’Eurozona è più a rischio degli Usa per un eventuale errore nella politica monetaria. Per la Bce il pericolo è quello di doversi adeguare in ritardo.
La crescita nell’Eurozona, secondo Francoforte, deriverà dalla ripresa dei consumi legata all’aumento dei salari e alla discesa dell’inflazione. Questo scenario è stato indicato da tempo ma non si è ancora verificato. Inoltre gli indici anticipatori mostrano che la stagnazione proseguirà. L’incertezza e la stretta monetaria continuano a frenare i consumi delle famiglie e gli investimenti delle imprese. Nel frattempo il mercato del lavoro, che finora ha resistito, mostra segnali di indebolimento. Se non tornerà la crescita, le aziende prima o poi potrebbero ridurre i posti di lavoro, come già si osserva in diverse grandi imprese tedesche.
La principale preoccupazione dei falchi riguarda i servizi che secondo il membro del board Isabel Schnabel «mantengono l’inflazione su livelli elevati» e «rimangono al di sopra dei livelli coerenti con la stabilità dei prezzi». Inoltre Schnabel teme il rialzo dei salari perché «il recupero degli stipendi rimane incompleto in molte parti dell’area euro». Per il membro tedesco del board Bce poi «le percezioni sull’inflazione rimangono elevate, rendendo le aspettative più vulnerabili a nuovi shock». Schnabel invece non è preoccupata per l’economia e ritiene che ci siano ancora le condizioni per un soft landing nell’Eurozona.
Gli economisti di Citi, con una posizione differente rispetto a quella di Schnabel, hanno osservato che la persistenza dell’inflazione è legata alla lentezza con cui si propagano gli shock sui costi. In altri termini, l’inflazione nei servizi è stata più lenta di quella complessiva (headline) nella fase di rialzo e ora anche nella discesa, ma con il tempo si adeguerà. Di conseguenza per Citi «concentrarsi sull’inflazione significa guardare nello specchietto retrovisore e non vedere il preoccupante quadro di crescita che c’è davanti».
Per la banca Usa l’inflazione nell’Eurozona sarà all’1,8% a settembre e all’1,9% a ottobre. Le previsioni di Citi sul carovita nei prossimi mesi sono «sostanzialmente in linea con i prezzi di mercato, ma molto più basse di quelle della Bce». Si vedrà chi avrà ragione. Anche altri economisti, come quelli di BofA e Goldman Sachs, prevedono che la Bce dovrà accelerare i tagli nel 2025, fino ad arrivare al 2% (dall’attuale 3,5%) tra luglio e settembre.
Il governatore della Banca d’Italia Fabio Panetta ha detto che la riduzione dei tassi «potrebbe essere accelerata nei prossimi mesi» a causa della «persistente debolezza dell’economia» e dei segnali che arrivano dagli Usa. Per il banchiere centrale portoghese Mario Centeno «il rischio principale è quello di undershooting», cioè di far scendere il carovita sotto l’obiettivo. Uno scenario di crescita zero e inflazione sotto il 2% sarebbe un problema anche per i falchi perché obbligherebbe poi la Bce a misure espansive come quelle dell’era Draghi, su cui già ora è forte l’opposizione di Schnabel e del presidente della Bundesbank Joachim Nagel. (riproduzione riservata)