La Bce è pronta ad abbassare il 17 ottobre i tassi per la terza volta di 25 punti base (da 3,5 a 3,25%), dopo gli interventi di giugno e settembre. Fino a qualche giorno fa Francoforte sembrava orientata a mantenere un ritmo di riduzioni ogni tre mesi, in corrispondenza delle proiezioni macro. Invece gli ultimi dati economici dell’Eurozona hanno mostrato una disinflazione più forte rispetto alle attese Bce e una crescita più debole. Il rischio principale sembra ora quello di una discesa dell’inflazione sotto l’obiettivo del 2%. Francoforte ha un target simmetrico, quindi deve evitare allo stesso modo che il carovita sia sopra o sotto il 2% nel medio termine.
Così la banca centrale appare ora obbligata a velocizzare i tagli. Inoltre, secondo molti analisti, la Bce dovrà portare i tassi l’anno prossimo a un livello più basso di quanto atteso fino a pochi giorni fa. Per capire fino a quale punto arriveranno le sforbiciate, sarà necessario individuare il tasso neutrale, cioè quello che non comprime né stimola l’economia. Anche dopo i prossimi tagli, i tassi resteranno in territorio restrittivo, quindi freneranno il pil come ha mostrato anche una recente ricerca della Banca d’Italia (si veda MF-Milano Finanza dell’8 ottobre).
Il problema del tasso neutrale è che non si può identificare in modo certo. Perciò la Bce evita di dare indicazioni ai mercati. In media, secondo gli analisti, il tasso neutrale è attorno al 2%. Ma alcune stime mostrano valori più bassi. Per BofA per esempio è all’1,5% «al massimo». Inoltre non è detto che per la Bce sia sufficiente portare i tassi al livello neutrale: in caso di economia molto debole e soprattutto di inflazione sotto il 2%, la politica monetaria dovrebbe diventare espansiva, con tassi quindi inferiori al livello neutrale.
I mercati scontano quasi al 100% un taglio il 17 ottobre e un altro a dicembre. La presidente Christine Lagarde con ogni probabilità confermerà quanto detto al Parlamento Ue: «Gli ultimi sviluppi rafforzano la fiducia che l’inflazione tornerà al target in modo tempestivo». Ma gli economisti prevedono che la Bce non cambierà l’approccio «dipendente dai dati» con decisioni «riunione per riunione». Francoforte potrebbe invece essere più esplicita sul percorso futuro dei tassi a dicembre, quando le nuove proiezioni potrebbero indicare un calo rilevante dell’inflazione nel medio termine.
L’anno prossimo è attesa una discesa delle componenti più persistenti dell’inflazione, ovvero quelle relative a salari e servizi. La grande incognita riguarda i consumi: la domanda dei privati è ancora debole nonostante il recupero degli stipendi reali. Quasi tutti gli economisti si aspettano tagli Bce a ogni riunione fino a giugno. In questo modo i tassi arriverebbero al 2%. BofA vede un calo ulteriore all’1,5% a fine 2025. Tuttavia nessun analista esclude più che la Bce possa scendere sotto il livello neutrale.
Ieri sono arrivati intanto alcuni lievi segnali di ripresa economica che però non hanno cambiato il quadro generale. La produzione industriale dell’Eurozona è rimbalzata ad agosto, dopo il calo dei mesi precedenti. L’indice tedesco Zew sulla fiducia degli investitori è leggermente migliorato. Anche il Bank Lending Survey della Bce ha mostrato una lieve ripresa della domanda di prestiti delle imprese, per la prima volta dal 2022. Ma gli analisti non hanno modificato le prospettive per l’economia europea e le attese sui tagli dei tassi Bce. (riproduzione riservata)