La presidente Bce Christine Lagarde ha provato il 14 dicembre a contrastare le attese di mercato di una rapida e significativa discesa dei tassi, con un orientamento più falco (hawkish) di quello della Fed, nonostante l’economia europea sia in una situazione molto peggiore di quella Usa. Ma dopo neppure 24 ore è arrivata una nuova doccia fredda dai dati macro. Il principale indice anticipatore dell’economia dell’Eurozona, il Pmi (Purchasing Managers Index), è sceso a dicembre a quota 47, da 47,6 di novembre, nonostante gli analisti si aspettassero una ripresa del valore. Per il settimo mese consecutivo l’indice Pmi ha indicato una contrazione economica.
Le prospettive di una recessione nell’Eurozona, dopo un anno di stagnazione, sono diventate ancora più concrete. «I dati tracciano un quadro sconfortante», ha osservato Hcob che produce l’indice con S&P Global. «L’economia dell’Eurozona non mostra alcun segno di ripresa. Al contrario continua a contrarsi. La probabilità che l’Eurozona sia in recessione rimane molto alta».
In questo quadro ci si aspetterebbe una crescente preoccupazione della Bce per l’economia. Invece Lagarde ha evidenziato soprattutto i rischi per l’inflazione, sebbene non siano condivisi dalla maggior parte degli economisti. Al contrario gli analisti sono convinti di una discesa del carovita superiore alle attese Bce e scommettono su una nuova revisione delle stime a marzo, che potrebbe preludere al primo taglio dei tassi.«Le previsioni di inflazione della Bce potrebbero essere piuttosto lontane dalla realtà, a meno di shock», ha osservato Erik Nielsen, chief economics advisor di Unicredit. «O la Bce fa una significativa inversione di rotta o ucciderà ogni speranza di ripresa nel 2024».
Per Citi l’inflazione nell’Eurozona scenderà sotto il target Bce del 2% entro l’estate 2024 e sarà all’1,7% in media nel 2025: Francoforte invece vede il carovita al 2% soltanto dal terzo trimestre 2025. I dati dell’Eurosistema sono stati influenzati, come accaduto in passato, dalla prudenza della Bundesbank sull’inflazione tedesca (ancora al 2,5% nel 2025 e al 2,2% nel 2026). In Italia il carovita sarà invece sotto il 2% per tutto il triennio 2024-2026, secondo Bankitalia. «Da dove la Bce veda provenire la pressione inflazionistica resta per me un mistero», ha aggiunto Nielsen ricordando che i salari (il principale timore di Francoforte) in termini reali sono sotto il livello del 2020. Inoltre per l’economista «è molto insolita una politica monetaria fatta di tassi reali elevati e riduzione del bilancio in tempi di recessione».
L’ultima decisione della Bce è andata nel senso di un’ulteriore restrizione monetaria, anche se lieve. I reinvestimenti di titoli del piano pandemico Pepp saranno ridotti di 7,5 miliardi al mese a partire da metà 2024. Così il bilancio della Bce scenderà con un ritmo più veloce. Lagarde ha solo detto che è «un buon momento» per annunciare la decisione, con implicito riferimento alla discesa dello spread Btp-Bund. Ma non ha indicato ragioni economiche che giustifichino la stretta ulteriore.
Nei fatti la Bce non ha cambiato l’orientamento hawkish nonostante gli ultimi dati sull’inflazione (al 2,4% a novembre nell’Eurozona) abbiano spinto persino il falco tedesco del comitato esecutivo, Isabel Schnabel, ad ammettere di aver sbagliato valutazione sui prezzi. «Quando i fatti cambiano, cambio idea», ha detto Schnabel. La politica monetaria, invece, non è ancora cambiata. Molti membri del board (in particolare quelli di Germania, Austria, Olanda, Belgio e dei tre Paesi baltici) vogliono evitare la ricaduta reputazionale di una sottostima dell’inflazione, indipendentemente dal costo per l’economia. I banchieri centrali invece dovrebbero minimizzare il danno per la crescita, soprattutto in presenza di segnali preoccupanti per il pil e di rischi in netto calo sul carovita.
Proprio per questo motivo la Fed si sta muovendo «in modo cauto» sui tassi, come ripete da mesi il presidente Jerome Powell. Il 13 dicembre c’è stato il primo cambio di rotta (pivot). I membri della banca centrale Usa hanno indicato una previsione mediana di tre tagli nel 2024 (comunque meno dei sei attesi dal mercato) e hanno iniziato a discutere la tempistica della riduzione, nonostante il pil americano sia cresciuto a un tasso annualizzato del 5,2% nel terzo trimestre.
Il pivot della Fed ha subito messo pressione sui tassi a livello globale. I mercati monetari indicano al 60% la probabilità di un taglio Bce già a marzo. Nel complesso gli operatori prevedono sei tagli (per l’1,5% totale) nel 2024 anche nell’Eurozona. Un eccesso di euforia sui mercati potrebbe però complicare il lavoro Bce perché l’allentamento delle condizioni finanziarie può far salire l’inflazione. Il calo dei tassi è stato evidente sui titoli di Stato: il rendimento del Btp a due anni è sceso in due mesi dal 4,1 al 3,1%. I mercati scontano proprio la previsione di una recessione, non attesa dalla Bce. Gli economisti delle principali banche d’affari sono più cauti e vedono la prima sforbiciata ad aprile o giugno.
La prova del nove per Francoforte potrebbe arrivare presto. Lagarde ha invitato a osservare i dati economici, in particolare quelli sul mercato del lavoro, nella prima metà dell’anno. Ma la Bce potrebbe mostrare un orientamento diverso già a marzo se, come atteso dagli economisti, nelle proiezioni macro ci sarà una nuova revisione al ribasso delle stime su pil e inflazione nell’Eurozona. (riproduzione riservata)