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Tassa sui buyback, il vicepremier Antonio Tajani difende le banche: no a nuove imposte nella manovra

28 agosto 2025, 20:00 Ultimo aggiornamento: 20:37

Il leader di Forza Italia interviene dopo il Cdm. Il governo studia una tassa sui buyback e il prolungamento di un anno del congelamento delle dta. Sileoni (Fabi): le banche si assumono già le proprie responsabilità

«Noi siamo contrari a tassare a chiunque. Le banche devono dare un contributo e pagare come tutti, ma non bisogna accanirsi. Io sono per il dialogo, non per l’imposizione». Dopo il Cdm il vicepremier Antonio Tajani prende le distanze dall’imposta sui buyback degli istituti di credito. La tassa sul riacquisto di azioni proprie servirebbe per finanziare gli interventi della prossima manovra, dal taglio delle tasse al ceto medio alla rottamazione delle cartelle.

La Lega è la più attiva sulla misura, che vorrebbe affiancare al congelamento per un altro anno (il terzo di fila) delle dta, le imposte differite attive convertibili in crediti fiscali. Il provvedimento era contenuto già nella passata manovra e dovrebbe fruttare circa 4 miliardi tra 2025 e 2026, a cui potrebbero aggiungersi 1,5 miliardi con un’estensione di dodici mesi.

L’impatto in borsa

Finora non è chiaro se si tratta di interventi alternativi o da approvare insieme. Ma è bastato solo parlarne per produrre i primi effetti sui titoli del settore, che hanno frenato sia martedì sia mercoledì. Ieri invece le vendite si sono fermate e i principali istituti di credito hanno chiuso sulla parità, mentre il futuro impatto sulle azioni dipenderà dalla scelta finale del governo.

Una misura sulle dta toccherebbe di più Mps, che punta sull’uso delle imposte pregresse differite come beneficio da estrarre dall’ops su Mediobanca se supererà il 50%. Un intervento sulle azioni proprie avrebbe invece un impatto maggiore su Unicredit (11 miliardi di buyback sugli utili degli ultimi due anni) e Intesa Sanpaolo (2 miliardi in corso), che hanno entrambe utilizzato lo strumento per incrementare il valore dei titoli in borsa.

Le possibili ipotesi

Le altre banche non hanno programmi in corso a parte Mediobanca. Ecco perché l’esecutivo potrebbe estendere la tassa anche alle altre quotate come Eni ed Enel. E resta anche da capire chi sarà a versarla. Il governo potrebbe introdurre una sorta di imposta di registro a carico di banche o azionisti, opzione più semplice.

Ma a pagare potrebbero essere solo i soci con un incremento dell’aliquota (26%) sui buyback, tassati solo se generano una plusvalenza. In ogni caso è improbabile che l’imposta ricada sui soli azionisti perché altrimenti si tratterebbe di una misura iniqua.

Casasco (FI): questa tassa non ha senso

«Tassare i buyback non ha senso», commenta Maurizio Casasco, responsabile economico di FI. «Si penalizzerebbe il risparmiatore che ha investito in azioni, merce rara in un mercato di piccole dimensioni come quello italiano. Si penalizzerebbe poi retroattivamente l’attrattiva delle aziende virtuose che hanno annunciato buyback e si allontanerebbero gli investitori internazionali di cui tanto abbiamo bisogno».

Il confronto con l’Abi

Maggiori dettagli sono attesi la settimana prossima, quando il viceministro all’Economia, Maurizio Leo, dovrebbe riunire la sua squadra al Mef dopo l’ok del ministro Giancarlo Giorgetti sulla misura, che era stata prospettata dai tecnici del Mef già l’anno scorso e poi accantonata.

Nel mentre dovrebbe partire il confronto con l’Abi, ma qualunque soluzione si troverà potrebbe subire modifiche a dicembre, quando sarà votata la manovra in Parlamento. Alla fine deciderà Giorgia Meloni, che risolverà lo scontro tra Lega e FI alla luce del nuovo quadro bancario, cambiato dopo la ritirata di Unicredit su Banco Bpm e la scalata in corso di Mps su Mediobanca.

Sileoni (Fabi): le banche si assumono già le proprie responsabilità

Per decidere il governo potrebbe aspettare proprio l’8 settembre, quando si scoprirà la sorte di Piazzetta Cuccia. «Nulla sarà fatto senza un accordo tra i rappresentanti del settore bancario e l’esecutivo», commenta il segretario generale della Fabi, Lando Maria Sileoni, a Les Echos. «Le banche contribuiscono già in maniera significativa alle questioni sociali e alla lotta contro la povertà, quindi si assumono già le proprie responsabilità». (riproduzione riservata)



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