Se dovesse guardare ai dati complessivi dell’Eurozona, la Bce non dovrebbe attendere ad abbassare i tassi: con la crescita a zero tondo rilevata alla fine di dicembre, dopo un intero anno in cui trimestre dopo trimestre l’andamento si era alternato tra il +0,1% e il -0,1%, e la disoccupazione che in media sta al 6,4%, ogni mese di attesa potrebbe portare in rosso gli andamenti del pil con conseguenze sul ciclo che sarebbero poi difficilmente rimediabili. L’inflazione media, invece, galleggia ancora al 3,4%, tra i Paesi come l’Italia che si collocano nella fascia più bassa con lo 0,5% e altri come la Francia e la Germania che navigano rispettivamente sul 3,4% e il 3,1%.
Un andamento negativo dell’economia europea nei primi due trimestri di quest’anno, visto nella prospettiva delle elezioni europee che si terranno tra il 6 e il 9 giugno, comporterebbe ancor maggiori difficoltà in termini di raccolta del consenso popolare non solo da parte dei governi in carica ma per tutte le forze politiche tradizionali che si sono alternate da decenni nei ruoli di maggioranza e di opposizione, a tutto vantaggio per i movimenti più radicali che cercano voti soffiando sul fuoco del nazionalismo e dell’antieuropeismo. Agli strappi della Ungheria e della Cechia, altri se ne potrebbero aggiungere, visto che Rn in Francia e AfD in Germania sono visti assai forti nei sondaggi.
Nel mantenere una politica monetaria ancora restrittiva, come ha appena deciso la Fed smorzando le aspettative per un taglio dei tassi già a marzo, la Bce si assumerebbe dunque una responsabilità politica assai rilevante. È anche vero, però, che in questi anni la Bce ha contratto un grande debito verso la Germania: non solo a causa dei tassi pesantemente negativi sui Bund e sulle obbligazioni che sono stati determinati dalla politica monetaria fortemente espansiva, a tassi zero e con i Qe e il Pepp, falcidiando il risparmio, ma soprattutto per le distorsioni allocative che ne sono derivate sui prezzi degli immobili, con l’indice più che raddoppiato, passando da quota 100 nel 2012 a oltre 220 punti nei primi mesi del 2022.
C’è un’ulteriore assonanza tra la situazione statunitense e quella tedesca, che la Bce non può trascurare: a dicembre scorso, il tasso di disoccupazione è stato rispettivamente del 3,7% e addirittura del 2,9%. In entrambe le economie, il mercato del lavoro è già assai teso: ulteriori assunzioni da parte delle imprese, innescate dal miglioramento delle prospettive economiche per via di un abbassamento dei tassi di interesse, determinerebbero una nuova pressione sui livelli salariali e quindi sui prezzi, dopo gli aggiustamenti appena adottati per tener conto dell’inflazione. D’altra parte, è lo stesso andamento annuo dei prezzi al consumo, che a dicembre scorso è stato del 3,3% negli Usa e ancor più alto in Germania con il 3,7%, che induce a evitare accelerazioni intempestive nell’abbassamento dei tassi.
Ci sono poi due aspetti opposti che caratterizzano le economie di Stati Uniti e Germania, a loro volta accomunate da una esigenza di profonda ristrutturazione: mentre la prima fonda la propria dinamica sulla domanda interna e la seconda su quella estera, entrambi stanno affrontando processi che richiedono ripensamenti strategici in chiave geopolitica. Mentre gli Usa sono alle prese con i processi volti al reshoring delle attività industriali nei settori tecnologici di punta, come la costruzione dei chip elettronici e lo sviluppo della AI, e alla transizione energetica che vengono entrambi sontuosamente finanziati dal governo federale mediante il Chip Act e l’Ira Act al fine di contrastare la concorrenza della Cina che cerca di contenderle il ruolo di prima economia mondiale, la Germania deve affrontare un processo di drastica ristrutturazione industriale nel campo della chimica, della meccanica e dell’automobile, dovuto al forzoso venir meno delle fonti energetiche russe a basso costo e alla messa al bando delle automobili con motore a combustione interna per ragioni ambientali. Ed entrambi i ponti che erano stati costruiti dalla Germania per proiettarsi verso i due colossi dell’Heartland continentale, Russia e Cina, sono stati seriamente minati dai nuovi equilibri geopolitici che caratterizzano questa fase di deglobalizzazione e derisking: ma mentre Joe Biden ha messo mano alla scarsella del deficit pubblico, il cancelliere Olaf Scholz si trova in mezzo al guado, stretto com’è tra le regole costituzionali che impongono il pareggio di bilancio e l’incertezza delle grandi imprese tedesche, profondamente dubbiose sulle prospettive della delocalizzazione degli impianti all’estero.
In entrambi i casi, non è certo un abbassamento dei tassi di interesse da parte della Fed e della Bce che può risolvere tematiche così complesse: sono questioni eminentemente politiche. Questo è il nodo delle politiche monetarie alle prese con le imminenti elezioni: non si tratta di ridestare il ciclo economico abbassando i tassi di interesse, ma di impostarne uno completamente nuovo. Ancora una volta, non solo il problema tedesco si pone come centrale per il futuro dell’Europa, ma le esigenze della Germania non coincidono con quelle degli altri Stati dell’Eurozona: la Bce sa bene quanto la stabilità della moneta sia fondamentale per Berlino, e quanto sia pericolosa la crescita di un’estrema destra tedesca ansiosa di avere una nuova occasione per mettere sotto accusa le istituzioni europee. Come hanno dimostrato le rivolte degli agricoltori, è tutto l’approccio dirigistico di Bruxelles in materia ambientale a essere profondamente contestato, insieme alla colpevole accondiscendenza dei governi nazionali.
Né i rischi del prolungarsi della guerra in Ucraina, né i timori legati all’estendersi del conflitto in Israele sembrano essere stati finora sufficienti per congelare i dissensi profondi che agitano il continente europeo. E non sarà di certo una tardiva e limitata riduzione dei tassi di interesse da parte della Bce a recidere questi nodi. Ma evitare il peggio, l’economia europea che vira in recessione, sarebbe assai più che doveroso. (riproduzione riservata)