Una misura da «stato d'eccezione» con il blocco del tormentato Superbonus del 110% e il varo dello «spalma debito» in dieci anni si può giustificare in linea teorica. Ma non si potrebbe spingere fino a ledere, da parte del debitore - Stato, principi - cardine delle relazioni economiche, se non della vita civile: la tutela dell'affidamento, la certezza del diritto, l'irretroattività della legiferazione, il principio tempus regit actum interpretabile anche per i rapporti economici, il corretto comportamento del debitore.
Ora si delinea, comunque, una soluzione che prevede l'applicabilità della norma sull'allungamento dei crediti fiscali a 10 anni, dai 4 finora previsti, per il futuro, intendendo con ciò a partire dal 2024. Giustamente ci si è chiesto, in particolare dall'Abi, cosa succederà, se dovesse consolidarsi questa decorrenza, per i crediti maturati a partire dal primo gennaio di quest'anno. La materia è in evoluzione e si vedrà quale sarà il definitivo approdo.
Ma la vicenda ha visto anche rappresentata una querelle istituzionale. Il ministro dell'economia Giancarlo Giorgetti, riferendosi al promemoria presentato dalla Banca d'Italia che ora prospetta, come extrema ratio, la soluzione drastica del blocco del Superbonus, in particolare, per evitare gli impatti pesanti sui dati della finanza pubblica, ha apprezzato l'iniziativa, anche se ha rilevato che ormai una tale soluzione è di diffuso sostegno, ma ha tenuto a chiedersi retoricamente perché un intervento similare non sia stato proposto per gli anni passati a decorrere dal 2021, soprattutto dopo aver constatato i ritardi al riguardo da parte della Ragioneria Generale dello Stato.
Le cronache hanno poi suddiviso la critica, rivolgendola al passato governatorato (quello di Ignazio Visco) e i meriti all'attuale governatore (Fabio Panetta). La domanda del ministro ha un senso, ma sarà da esaminare gli interventi, in questi anni, di esponenti di Via Nazionale nella materia in questione anche nel corso di audizioni parlamentari e solo dopo trarne le conseguenze, mai dimenticando le responsabilità che toccano - chi più, chi meno - tutte le forze politiche, responsabilità non affatto attenuabili da presunti ritardi tecnici. In ogni caso, poiché un soggetto, del rilievo e della storia della Banca d'Italia, ha il dovere della continuità e corresponsabilità istituzionali, se si penserà a dare chiarimenti in merito, ciò non potrà che avvenire a prescindere da periodizzazioni di gestioni. E ciò anche perché le strutture dell'istituto preposte alle analisi di tali problemi sono le stesse almeno negli ultimi quattro anni. Finora a Palazzo Koch mai si è storicamente verificato quel classico vizio della politica che vede chi è in carica rinviare frequentemente alla responsabilità dei predecessori.
Ma vi è di più: la banca non può essere considerata il paracadute della Ragioneria Generale. Essa ha, secondo una sorta di costituzione materiale formatasi negli anni, un ruolo di alta consulenza degli organi costituzionali che si esplica in vario modo. Fra questi, vi è, non secondaria, la richiesta di pareri e di studi, oltreché con audizioni parlamentari. Ma per la funzione adombrata, una sorta di ufficiale monitoraggio con precise responsabilità sulle leggi che contengono impegni di spesa, la quale affiancherebbe la Banca ad altri importanti organi, occorrerebbero specifiche previsioni che, per di più, non si sa quanto potrebbero essere compatibili con il Trattato Ue, nella parte in cui disciplina i rapporti del sistema europeo di banche centrali con i governi, e quanto siano accettabili.
D' altro canto, non sappiamo ancora quali siano le controdeduzioni del Ragioniere Generale Biagio Mazzotta alle critiche per presunte omissioni di rilievi in merito agli impatti del Superbonus. Mazzotta nelle scorse settimane avrebbe risposto alle contestazioni a mezzo stampa di alcuni ministri con un promemoria che non si conosce. È poi circolata la voce di un suo trasferimento alla presidenza di un'impresa pubblica, una sorta di promoveatur (se tale si può ritenere) ut amoveatur. Si è pure parlato delle Ferrovie.
È invece una vicenda nella quale si impone, a questo punto, assoluta trasparenza. È difficile chiamare in ballo la Banca d'Italia e lasciare pendente la questione Ragioneria Generale, ingenerando l'impressione del «capro espiatorio». Quando molti anni fa si diffondevano nel governo alcune infondate critiche per un presunto rigorismo nei confronti di chi è stato il miglior Ragioniere Generale della Repubblica, Andrea Monorchio, questi con una grande intervista sfidò a pie' fermo le critiche e aggiunse che, se richiesto dal ministro del Tesoro, sarebbe stato ovviamente pronto a dimettersi. La conseguenza fu che i rilievi immediatamente rientrarono in un generale silenzio. Ciò conferma l'importanza dell'assoluta trasparenza rispetto al lavorio opaco che, diversamente, prende piede. La vicenda del Superbonus non può tradursi, senza doverosi solidi fondamenti, nell'affannosa ricerca di responsabilità difficili da motivare, a destra e a manca. Le ragioni di certezza sostenute per la decorrenza del blocco in questione valgono pure, e ancor prima, per il ruolo dei soggetti istituzionali, senza scadere in concetti come quello che pure è stato esposto - ed è da ritenere una voce dal sen fuggita - secondo il quale «la Banca d'Italia non può fare politica; se la vuol fare si deve candidare». A prescindere dalla sfortuna per il dichiarante (si pensi all'allora sindaco di Torino) di frasi della specie, l'istituto non credo abbia mai fatto o voluto fare politica. Invece bisogna fare i conti con le sue posizioni tecniche, superabili naturalmente con valutazioni politiche da parte di chi ne ha il potere ma sempre in assoluta visibilità. È importante che non siano smarrite queste correlazioni. (riproduzione riservata)